Ra­di­care l'al­tezza

Quanto può crescere una città verso l’alto prima di dover ripensare il proprio rapporto con il suolo? Impronte Verticali indaga gli edifici alti tra densificazione, nuovi modi di abitare e capacità di costruire città a partire dalla strada.

Date de publication
14-09-2026

English version at this link 

Nel 1885, con il completamento dell’Home Insurance Building di William Le Baron Jenney, Chicago accoglieva uno degli edifici destinati a segnare la nascita del grattacielo moderno. Pochi anni più tardi la stessa città fissava a poco meno di 40 metri il limite per gli edifici del centro: chi aveva aperto la corsa verso l’alto sentiva già il bisogno di disciplinarla. Ma la contesa per il cielo è assai più antica. Nelle città medievali italiane la torre era residenza fortificata, presidio e misura visibile del potere del casato. A San Gimignano se ne contarono una settantina, tanto che nel 1255 il Comune stabilì che nessuna torre privata potesse superare quella pubblica, la Torre Rognosa. Sei secoli dopo, dall’altra parte dell’oceano, la questione restava sostanzialmente invariata. Quanto può crescere verticalmente l’interesse privato prima che la città senta il bisogno di porgli un limite?

All’inizio del Novecento Henry James guardava i grattacieli di New York con sospetto. Erano spilli stravaganti in un cuscino ormai saturo, conficcati qua e là, giganti generati dal mero mercato: la verticalità come espressione del valore del suolo e della speculazione. Un decennio prima Louis Sullivan aveva rivendicato, con segno opposto, la natura del nuovo tipo: «Deve essere alto, in ogni suo centimetro». Tra questi due estremi si apre la questione decisiva che accompagna il grattacielo: il problema non risiede nell’altezza in sé, quanto in ciò che essa produce nella città. Quando Simone de Beauvoir arriva a Chicago nel 1947, vi riconosce qualcosa di diverso da New York. Le piacciono le linee dure dei suoi grattacieli, «plus massifs» e «plus purs» di quelli newyorkesi. Eppure Chicago rimane ai suoi occhi «une ville de pleine terre»: una città verticale che non sembra avere reciso il legame con il suolo, con la strada, con la vita ai suoi piedi.

È forse proprio a terra che l’edificio alto affronta la prova più difficile. Da lontano appartiene allo skyline; da vicino alla strada. I suoi ultimi metri possono essere ec­cezionali, astratti, perfino indifferenti all’intorno; 
i primi venti non possono esserlo. Qui incontra marciapiedi, ingressi, negozi, alberi, attese, attraversamenti. Qui la concentrazione di superficie e persone deve trasformarsi in intensità urbana. Jane Jacobs lo aveva intuito nel 1958 quando, contro i complessi che cancellavano la strada in favore di spazi aperti generici, indicava (pur con alcune puntute osservazioni) il Rockefeller Center come esempio 
opposto: «Ha rispetto per la strada» e «si intreccia strettamente a ogni via che lo interseca». La sua forza sta nell’introdurre strade pedonali, piazze, negozi e passaggi, facendo della base un ­sistema urbano prima ancora che un basamento.

Il Seagram Building di Mies van der Rohe risponde allo stesso problema in modo quasi opposto. Non prolunga la strada dentro l’edificio, ma arretra la torre e restituisce una parte preziosissima della parcella alla città sotto forma di vuoto. La piazza non è un semplice spazio libero: gradini, 
muretti, fontane e una soglia accuratamente misurata ri­spetto al marciapiede la rendono abitabile. William H. Whyte ne farà un caso dei suoi studi sullo spazio pubblico. Ma quegli stessi studi mostreranno anche il rovescio della medaglia: molte plaza nate dagli incentivi dello zoning – spianate ventose, senza luoghi dove sedersi né ragioni per sostare – restavano deserte. Il vuoto, da solo, non produce città; può produrne l’assenza. È la soglia, più dell’arretramento, a fare la differenza.

A São Paulo, Oscar Niemeyer imbocca una strada ancora diversa con il Copan. La grande lama sinuosa, così autonoma nello skyline, perde a terra quella stessa autonomia: la galleria commerciale attraversa il basamento, segue la pendenza del terreno e si apre sulla strada con cinque accessi. La continuità della pavimentazione rende incerto il punto in cui finisce il marciapiede e comincia l’edificio. Niemeyer non mette la città davanti alla torre: la lascia entrare dentro. L’attacco a terra acquista così uno spessore, diventa tessuto. Rem Koolhaas avrebbe poi riconosciuto nel delirio new­yorkese la «cultura della congestione», leggendo nel grattacielo una macchina capace di sovrapporre programmi e mondi diversi. Ma la sovrapposizione, perché diventi città e non soltanto volume, deve poter toccare terra.

Questa capacità di concentrazione riporta la questione al punto da cui siamo partiti: abitare l’altezza ha senso se la torre si riduce a un esperimento immobiliare, indotto dal mercato più che dalla pianificazione, oppure quella stessa concentrazione può restituire qualcosa alla città che la rende possibile? Tom Avermaete, ragionando con Jonathan ­Sergison sulla crescita di Zurigo, sposta l’attenzione dall’altezza alla relazione. Le torri vanno valutate rispetto al luogo, al contesto e alla mescolanza degli usi; le tipologie intermedie funzionano quando accolgono più abitanti mantenendo una chiara connessione con la strada. Densità edilizia e densità urbana non sono la stessa cosa. Una torre può concentrare migliaia di metri quadrati e produrre pochissima città al suolo; un edificio più basso può costruirne molta attraverso porte, attività, passaggi e spazi condivisi.

Forse continuiamo allora a guardare gli edifici alti dalla parte sbagliata. Ne misuriamo l’altezza, la snellezza, l’effetto sullo skyline, quando una parte decisiva della loro qualità si gioca più in basso: nella strada che costruiscono, negli usi che accolgono, nelle relazioni che rendono possibili, nella città che riescono a generare intorno a sé. Anche Milano, per decenni, aveva affidato a una quota il proprio limite verticale: nessun edificio avrebbe dovuto superare i 108,5 metri della Madonnina. Quando prima la Torre Breda e poi il Pirelli oltrepassarono quella soglia, la città trovò persino il modo di aggirare simbolicamente il problema, collocando una copia della Madonnina sulla sommità del grattacielo di Gio Ponti. Il limite poteva essere spostato, il primato salvato. Ora che quella misura appartiene al passato, resta una questione più difficile da eludere: che cosa succede quando tutta quella 
altezza torna a terra? Il cielo ha sempre potuto essere ne­go­ziato. Il suolo molto meno. Perché una torre appartiene ­davvero a una città quando, prima ancora di conquistarne il cielo, riesce a costruirne il suolo.