La for­tezza di Aga­dir: ri­cos­truire la me­mo­ria, non il pas­sato

Intervista a Salima Naji, architetta e dottoressa in antropologia

La restituzione della Kasbah Agadir Oufella, devastata dal sisma del 1960, è un caso esemplare di ricostruzione post-catastrofe. Camille Claessens-Vallet intervista Salima Naji — dal settembre 2025 docente all'EPFL — che ha diretto il cantiere dal 2017 al 2023.

Date de publication
23-07-2026

La Kasbah, antica cittadella poi medina del XVI secolo, era rimasta abbandonata per oltre sessant'anni: al suo interno riposavano quasi mille vittime del terremoto, sepolte senza riti religiosi sotto uno strato di cloruro di calce. Prima di qualsiasi intervento, era necessaria una fatwa — emessa nel settembre 2020 dal Consiglio degli Ulema di Rabat — per autorizzare gli scavi archeologici nelle sole aree prive di vittime: la porta, la moschea, la torre di avvistamento sud-occidentale.

Il progetto, avviato dal prefetto Ahmed Hajji, si articola in due parti. La parte pubblica restituisce le mura esterne, ridisegna i percorsi di visita, erige un memoriale e riorganizza gli accessi. La parte privata — affidata a Naji nel 2019 — comprende la funivia e i servizi per i visitatori, interrati ai piedi del monumento in una piattaforma in pietra che si fonde nel paesaggio. L'interno della fortezza-medina è preservato come luogo di storia e raccoglimento: nessuna ricostruzione delle case, nessun ripristino della città com'era.

Il principio costruttivo è quello dell'anastilosi e della distinzione leggibile tra antico e nuovo: due velature di calce differenziate — tono più scuro per le parti storiche sopravvissute, bianco immacolato per le parti restituite — separate da un segno che Naji chiama «cerchio del dolore», traccia visibile della catastrofe. Le murature in pisé e pietra sono state ricostruite con le tecniche originali del XVI secolo, con il contributo dei maâlmines — maestri artigiani con cui Naji collabora dai suoi primi cantieri di restauro. Il mihrab della moschea, ritrovato nei detriti, è stato rimontato pietra per pietra.

La riflessione conclusiva si appoggia a Paul Ricœur: il dovere di memoria agisce come pharmakon — rimedio e veleno insieme. Troppo poco, e la società ripete i propri errori; troppo, e resta prigioniera del trauma. La fortezza di Agadir incarna questa dialettica.

Come si costruisce un protocollo scientifico e partecipativo per un sito che è insieme monumento, sepolcro e luogo di vita? L'analisi completa è all'interno dell'intervista originale, dal titolo «En­tre­tien avec Sa­li­ma Na­ji: re­sti­tuer la for­te­res­se d’Aga­dir» a cura di Camille Claessens-Vallet, disponibile a questo link  espazium.ch.