Tutto è fo­to­gra­fia

Una conversazione con Stefano Graziani, in mostra al TAM – Teatro dell’Architettura di Mendrisio. Riflessioni intorno all’autonomia dell’immagine e alla libertà dello sguardo, a partire dal superamento della fotografia di architettura come genere delimitato da regole precise.

Date de publication
02-02-2026

Dal 13 dicembre scorso, negli spazi del TAM - Teatro dell’Architettura Mendrisio dell’Università della Svizzera italiana è possibile visitare la mostra Reality Show di Stefano Graziani. L’esposizione, curata da Francesco Zanot, è un invito a interrogarsi e interrogare l’autore su alcuni aspetti imprescindibili della fotografia contemporanea.

 

Laura Manione: Realtà, rappresentazione e relazione: la tua riflessione sul fotografico e – di conseguenza – la tua fotografia ruotano intorno a questi tre elementi. Come interagiscono tra loro?

Stefano Graziani: Penso che ogni fotografia abbia naturalmente a che fare con ciò che rappresenta, ossia con la sua relazione con il reale e con la sua intrinseca condizione documentaria, aspetto, quest’ultimo, che si presterebbe a diverse estensioni di significato. Allo stesso tempo, quando penso alle fotografie – specificamente a quelle presenti nella mostra Reality Show – mi interessa che contengano implicitamente una riflessione sulla fotografia in quanto linguaggio: la sua relazione con il testo, con il libro e naturalmente con altre fotografie.
Per entrare nello specifico, le opere in mostra non affrontano un solo tema, direi che ne affrontano diversi. Sono fotografie che hanno una relazione molto stretta con il reale e, simultaneamente, rappresentano mondi e condizioni distanti tra loro, nel tempo (appartengono a momenti diversi) e nella geografia (sono state fatte in luoghi molto distanti tra loro).
La relazione, quindi, è una condizione che si genera, nella mostra, dalla prossimità tra le fotografie e in maniera relativamente sorprendente. In fondo è vero che viviamo in un mondo chiaramente irrazionale e questo ci permette il diritto all’illogico in quanto spazio di libertà.

LM: Nelle note che accompagnano la mostra, dichiari di partire sempre dall’architettura, cercando però di scardinare il sistema di regole che ha uniformato quel particolare genere fotografico. 
Tutto, insomma, sembrerebbe appartenere alla fotografia di architettura: gli edifici, le persone con cui essi creano rapporti dialogici, gli oggetti che si incontrano negli interni.
Il superamento del genere è un processo che solo apparentemente allontana lo spettatore dall’architettura “in purezza” o è una direzione che realmente vuole condurre lo sguardo altrove?

SG: Mi interessa l’emancipazione dalle regole per la costruzione di un linguaggio autoriale. Le regole sono le idee che a priori individuano specifici generi della fotografia. Più che dire che tutto possa appartenere alla fotografia d’architettura, direi il contrario: cioè che possiamo fare a meno della fotografia di architettura come immagine conclusa nella rappresentazione di un edificio mostrato come un oggetto. Credo sia interessante affrontare la vastità della fotografia, senza dover costruire categorie (fotografia d’architettura, sportiva, di famiglia, commerciale ecc.); possiamo invece attraversare tutte le categorie e pensare alla fotografia come uno strumento per guardare e studiare il mondo che ci circonda, che molto spesso è un mondo alterato dall’attività umana. Tutto può essere fotografia, parafrasando Alles ist Architektur di Hans Hollein, (1968).

LM: In mostra, come in altri tuoi progetti, si incontrano fotografie che rimandano all’arte visiva, considerata nella sua molteplicità, come bacino a cui attingere. La presenza delle nature morte, per esempio, ci suggerisce un interesse particolare nei confronti della pittura. Quanto questa forma di espressione ha influito sul tuo lavoro?

SG: Direi molto: spesso la fotografia viene associata alla pittura, credo per elevarla all’arte. Vorrei citare un solo caso che, secondo me, rappresenta bene questa vicinanza: Lucian Freud, quando dipingeva un ritratto, trascorreva tutto il tempo necessario per concluderlo con la persona da ritrarre di fronte a lui. Penso che questa necessità sia equivalente alla necessità di fare una fotografia a una persona, cioè essere nello stesso luogo per tutto il tempo necessario. Non si tratta tanto di una somiglianza compositiva o della definizione di una condizione comune, ma di un processo che ci permette definitivamente di annullare alcune differenze nel pensare a diversi linguaggi e tecniche di rappresentazione.

LM: Nelle tue serie, sovente, convivono fotografie prodotte ex novo e immagini provenienti dal tuo archivio. Partendo dal presupposto che ogni archivio, al di là di essere una raccolta, è un vero e proprio progetto culturale, viene da chiedersi: in che maniera questa sorta di serbatoio visivo e concettuale ha ampliato progressivamente i margini del tuo “disegno visivo”, senza minarne la coerenza?

SG: In molti casi, l’archivio risponde principalmente alla necessità di definire un ordine che ci permette di ritrovare delle cose. Associare fotografie che appartengono a sistemi o mondi apparentemente diversi o distanti, per me, rappresenta però la possibilità di costruire nuovi significati o – più semplicemente – mi offre la possibilità di rivedere alcuni lavori come se fosse la prima volta. È un esercizio molto importante.
La coerenza? È un concetto complesso. Per ciò che mi concerne, direi che è un punto di arrivo o di verifica, non un punto di partenza.

LM: In più occasioni, per definire le tue immagini è stato utilizzato l’aggettivo “disfunzionale”. Un termine che sembrerebbe insidiare la componente narrativa da sempre associata alla fotografia. Tuttavia, sappiamo che il racconto, per te, ha un peso specifico rilevante e si estende fino a un preciso uso della didascalia. Come coniughi dunque disfunzionalità e narrazione?

SG: Una fotografia disfunzionale, in estrema sintesi, è una fotografia non utile a illustrare una didascalia. Rappresenta una posizione di ricerca dell'autonomia dell'immagine, posizione in equilibrio molto sottile. La relazione con la didascalia e con il testo, è vero, mi interessa molto, ma intesa come rovesciamento. La narrazione, infatti, vorrei che fosse generata dall'osservatore. In Documents on Raphael (Mousse, 2022), per esempio, ho chiesto a diverse persone di scrivere una didascalia dopo aver visto una parte del mio lavoro, estendendola fino a farla diventare un breve articolo.

LM: Torniamo all’architettura, per concludere. Sovente ti sei misurato con edifici caratterizzati da una precisa identità: alcuni sono stati oggetto delle tue ricerche, altri le hanno accolte ed esposte. Quali differenze o similitudini hai notato nel rappresentare uno spazio o nell’essere rappresentato da esso?

SG: Non è semplice rispondere a questa domanda in maniera esclusivamente razionale. D’impatto, mi viene in mente che spesso si assomiglia alle persone che si frequentano e alle cose che ci circondano. E – pertanto – anche agli edifici che scegliamo o che ci scelgono.

Informazioni aggiuntive

Si ricorda che la mostra Reality Show di Stefano Graziani al Teatro dell’Architettura di Mendrisio sarà visitabile fino al 26 marzo prossimo e che, per l’occasione, è stato pubblicato un catalogo coordinato da Anna Banfi, con testi di Francesco Zanot, Marco Della Torre e dello stesso autore. 
È pubblicato da Mendrisio Academy Press con Silvana Editoriale; il prezzo di copertina è di 12 euro.

Pagina ufficiale della mostra "STEFANO GRAZIANI. Reality Show" a questo link