Niente e nes­suno è di troppo

Pratiche di cura per spazi urbani inclusivi

Il saggio ripensa la cura come pratica spaziale ed etica urbana. Nei quartieri, prossimità, infrastrutture relazionali e inviti materiali diventano strumenti di giustizia vissuta, trasformando lo spazio costruito in supporto quotidiano, inclusivo e civico, dove nessuno è superfluo.

 

Date de publication
21-10-2025

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La cura come forma urbana

La cura non è semplicemente un’emozione o un atteggiamento; è una pratica spaziale profondamente radicata nelle relazioni sociali e nelle infrastrutture materiali. Nei quartieri, la cura si manifesta in soglie, prossimità, percorsi e luoghi in cui la vita si svolge collettivamente. Piuttosto che come concetti astratti di giustizia o equità, la cura offre un’etica incarnata basata sulla reattività, responsabilità e progettazione situata. Considerata attraverso la lente dell’architettura e dell’urbanistica, la cura invita a ripensare la forma del quartiere non come sfondo delle politiche, ma come infrastruttura per l’incontro civico e la responsabilità reciproca. Riprendendo la formulazione di Fisher e Tronto, la cura può essere intesa come una «attività di specie» che comprende «tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo affinché possiamo viverci al meglio».1 Questa definizione ampia supera l’ambito privato e interpersonale per includere la cura dell’ambiente, delle comunità, delle istituzioni e dei processi politici. In questo senso, la cura non riguarda solo l’assistenza agli altri, ma la creazione e il mantenimento attivo di condizioni che supportino la fioritura collettiva.

Dal punto di vista etico, la cura si fonda su attenzione, responsabilità, competenza, reattività e solidarietà – dimensioni che privilegiano l’interdipendenza rispetto all’autonomia e il giudizio situato rispetto all’universalità astratta. L’etica della cura risuona con, e può persino amplificare, i quadri orientati alla equità già esistenti. I resoconti tradizionali sulla giustizia urbana, in particolare quelli radicati nella tradizione politico-economica altamente influente di Social Justice and the City di Harvey,2 si concentrano sulla redistribuzione sistemica, sul conflitto di classe e sulla trasformazione strutturale. Tali resoconti mettono giustamente in evidenza le disuguaglianze nell’accesso a risorse, abitazioni, infrastrutture e potere politico. Una prospettiva più locale e centrata sulle persone, come quella proposta in Just City di Fainstein,3 evidenzia come equità e diversità spesso incontrino difficoltà nella pratica.

La pratica della cura è sempre legata al luogo; emerge in relazione a bisogni specifici, contesti spaziali e relazioni. Dalle cooperative alimentari ai rifugi per senzatetto fino ai centri giovanili, la cura si manifesta in gesti semplici e quotidiani. Come propone Williams4 attraverso il concetto di carefull justice, integrare la cura nella riflessione sulla giustizia spaziale consente di immaginare futuri urbani in cui guarigione, riparazione e riconoscimento siano centrali nel progetto politico della città. L’equità non riguarda solo le disposizioni istituzionali; riguarda anche il modo in cui rispondiamo agli altri negli spazi condivisi con attenzione e impegno. Qui interviene l’etica della cura: come modalità di sintonizzazione sulle pratiche relazionali, emotive e materiali attraverso le quali la giustizia o l’ingiustizia si rendono concrete.

I quartieri rappresentano le arene principali in cui i bisogni dei residenti vengono negoziati più immediatamente: dove abitazioni, trasporti, accesso al cibo e infrastrutture sociali si intersecano con identità, storie e aspirazioni. Essi costituiscono anche la scala in cui la cura si pratica più frequentemente, non solo tramite istituzioni formali come centri sanitari o scuole, ma anche attraverso reti informali, incontri quotidiani e iniziative dal basso. I quartieri diventano laboratori per la «cura effettivamente esistente» e, di conseguenza, per la «giustizia effettivamente esistente».5 Possono essere spazi di solidarietà e supporto reciproco, ma anche luoghi di esclusione, trascuratezza e distribuzione disomogenea delle responsabilità. Tali atti, seppur piccoli e non spettacolari, non sono solo di sostegno bensì di trasformazione: costituiscono futuri urbani alternativi nel presente.

Questo saggio sostiene che i quartieri, come microcosmi urbani, siano le fabbriche della cura. Qui la giustizia sociale non si amministra solo attraverso le disposizioni istituzionali, ma si manifesta nei gesti materiali: panchine all’ombra, porte sempre aperte, mercati dimensionati per gli anziani, biblioteche che diventano santuari. Dal Nord America all’Asia fino alla Svizzera, il testo mostra come la forma costruita codifichi la cura e come l’architettura debba sottolineare che nessuno è superfluo.

Logiche spaziali della cura

Questo saggio riconcettualizza la cura non come un sentimento di fondo, ma come una condizione spaziale e civica. In questo contesto, il quartiere non è più visto come un’unità territoriale fissa, ma come un’interfaccia dinamica di infrastrutture, prossimità e tipologie spaziali che sostengono la vita quotidiana. La cura urbana si sviluppa dove l’architettura favorisce l’incontro, dove le infrastrutture sono permeabili e dove le forme spaziali sono in sintonia con i ritmi e le vulnerabilità dei diversi attori urbani.

Per orientarsi in questa ridefinizione, articoliamo tre prospettive architettoniche e urbanistiche che emergono da una serie di casi diversi: prossimità e accessibilità; infrastrutture relazionali; inviti materiali e simbolici. Insieme, queste categorie offrono un vocabolario per progettare quartieri che superano i confini, quartieri che mettono in scena la giustizia spaziale non solo come politica, ma come pratica spaziale vissuta.

1. Prossimità e accessibilità

La prossimità, nell’urbanistica contemporanea, non riguarda solo la geometria; è una condizione di giustizia urbana relazionale e, quindi, di cura. I modelli crono-urbanistici come la Città dei 15 minuti di Carlos Moreno, il concetto dei 10 minuti di Zurigo e il prototipo di Basic Neighbourhood Provision di Aarau rappresentano cambiamenti tipologici in cui l’accessibilità temporale dei servizi diventa un diritto infrastrutturale. Il modello di Carlos Moreno ha fornito la scintilla iniziale. Da allora, il crono-urbanismo si è diffuso a livello globale. Melbourne, ad esempio, integra il concetto di quartiere 20 minuti nel suo piano regolatore, ristrutturando gli attraversamenti pedonali e organizzando centri comunitari in modo che le esigenze quotidiane possano essere soddisfatte con una breve passeggiata. L’approccio di Zurigo riduce questa soglia a un intervallo di 10 minuti, mentre a Utrecht l’intera città è concepita all’interno di questo raggio.

In tutta Europa, interventi temporali come le «School Streets» – che chiudono le strade circostanti per trenta minuti prima della campanella del mattino – favoriscono le reti tra genitori e rafforzano i meccanismi di supervisione informale. Le Superilles di Barcellona raggruppano in modo simile le destinazioni quotidiane, integrano attraversamenti pedonali sicuri e riducono il tempo necessario per accompagnare i bambini, consentendo di reinvestire questo tempo in altre forme di assistenza. Alla base di queste strategie c’è una premessa condivisa: il tempo è la moneta dell’assistenza. Minore è il vincolo temporale quotidiano, maggiore la capacità residua di supporto reciproco e aiuto tra vicini.

Il modello di Aarau promuove questa filosofia riformulando la domanda: piuttosto che isolare i gruppi, si chiede cosa serve a ogni cittadino per vivere bene nel proprio luogo. Ciò conduce a una programmazione spaziale dei servizi – sanità, cultura, mobilità e supporto sociale – incorporati in distanze percorribili a piedi. L’enfasi è posta sull’intreccio tra infrastrutture formali e informali, riconoscendo che l’assistenza non è solo mediata dalle istituzioni, ma emerge anche dalla vicinanza degli spazi quotidianamente accessibili (fig. 1).

2. Infrastrutture relazionali

Le infrastrutture relazionali fungono da trame connettive nel tessuto urbano, progettate per accogliere l’uso collettivo, la densità civica e gli incontri prolungati. Quando concepite come spazi di assistenza, queste infrastrutture vanno oltre la loro forma fisica per coltivare la coesione sociale, la reciprocità e l’inclusione.

A Berlino, il Park am Gleisdreieck è un esempio di bene urbano multiscalare comune che integra livelli spaziali, programmatici e simbolici di assistenza. Riqualificato da un corridoio ferroviario in disuso tra Kreuzberg e Schöneberg, la struttura permeabile del parco ricuce quartieri precedentemente divisi. Percorsi senza barriere, fontane, bagni gender neutral e un’area giochi accessibile a tutti sostengono un pubblico diversificato, integrando la cura materiale nel paesaggio. La cura programmatica è resa possibile da un modello di governance ibrido: la fondazione pubblica Grün Berlin si occupa della manutenzione del sito, mentre i consigli di quartiere distribuiscono micro-sovvenzioni ad attività guidate dai cittadini, come gruppi di cammino, orti urbani, laboratori di skateboard e laboratori urbani sperimentali, spesso costruiti dagli stessi partecipanti. Queste pratiche favoriscono una rete di solidarietà sostenuta da un impegno costante. La cura simbolica prende forma nel Gleisplateau del parco, dove binari di ferro recuperati attraversano prati fioriti, un gesto evocativo che onora il patrimonio industriale e allo stesso tempo alimenta nuove ecologie di incontro. Tale trasformazione di una linea di separazione in un punto di incontro reciproco rende l’equità come qualcosa di tangibile e spazialmente leggibile. L’accoglienza del pubblico conferma l’etica inclusiva del parco: un sondaggio condotto sul posto nel 2022 su incarico di Grün Berlin ha registrato un punteggio di soddisfazione complessivo di 8,8/10, con il 97% degli intervistati che ha dichiarato che tornerebbe. Certificato come completamente accessibile secondo il programma tedesco «Reisen für Alle», il parco è ora un modello per i «corridoi di cura» previsti dall’Urban Green Unit lungo la Ring­bahn di Berlino. Qui, lo spazio pubblico adattabile, sostenuto da una gestione partecipativa, costituisce l’infrastruttura sia fisica che immateriale della fiducia civica.

Un esempio parallelo emerge dall’altra parte del­l’Atlantico, nella Biblioteca Centrale di Calgary, dove l’architettura opera in modo simile come veicolo di cura. Concepita come un punto di riferimento civico che collega i grattacieli del centro città e l’emarginato East Village, la biblioteca recupera un’ex sede ferroviaria interrata per creare uno spazio soglia, un cardine infrastrutturale, tra pubblici disparati. Progettato con generosità spaziale, l’edificio offre linee visive aperte, accesso tutto il giorno, aree di sosta informali e dotazioni dignitose, dai bagni gratuiti al Wi-Fi pubblico fino a un caffè a prezzi contenuti. Queste scelte progettuali consentono ai visitatori di ogni origine, comprese le persone senza fissa dimora, di soggiornare in sicurezza senza nessuna forma di segregazione. La biblioteca istituzionalizza l’assistenza attraverso servizi integrati. Dal 2021, il suo Wellness Desk, gestito da assistenti sociali, fornisce sostegno in caso di crisi, consulenza sanitaria e interventi di prevenzione dei rischi. Integrati con discrezione in uno spazio già frequentato da famiglie, studenti e imprenditori, questi servizi riducono lo stigma e ampliano la funzione sociale dell’edificio. La biblioteca diventa un salotto civico condiviso: i bambini piccoli si arrampicano su elementi ludici scolpiti in legno, gli anziani riposano accanto ad atri illuminati dal sole e chi cerca lavoro aggiorna il proprio curriculum di fronte a lettori silenziosi. I protocolli di sicurezza consentono esplicitamente di sostare, fermarsi e dormire temporaneamente in sicurezza, riconoscendo le esigenze delle fasce vulnerabili della popolazione durante i lunghi inverni di Calgary.

Entrambi i casi dimostrano che, quando progettate con apertura, possibilità di incontro e responsabilità condivisa, le tipologie architettoniche – siano esse parchi o istituzioni civiche – possono evolvere in infrastrutture per la cura. Questi progetti dimostrano come l’equità può concretizzarsi non solo attraverso le politiche, ma anche attraverso la forma, l’uso e la gestione dello spazio.

3. Inviti materiali e simbolici

La cura non si realizza solo attraverso programmi o servizi; dovrebbe essere incorporata nell’ambiente costruito. Elementi spaziali come le soglie, la segnaletica, le superfici tattili e visive e l’arredo urbano costruiscono un vero e proprio linguaggio materiale e simbolico, attraverso cui vengono comunicati accoglienza, dignità e inclusione. Questi piccoli gesti di attenzione trasformano la città quotidiana in un luogo dove la cura non solo si pratica, ma diventa leggibile e percepibile da chi la vive.

Il Sugamo Shotengai di Tokyo offre un esempio convincente di urbanistica sensibile all’età. Questa strada commerciale lunga 800 metri nel quartiere di Toshima, affettuosamente conosciuta come «Harajuku per le nonne», reimmagina la galleria commerciale come un terreno di cura intergenerazionale. Quasi 200 micro-esercenti rispondono ai bisogni specifici degli anziani: rimedi erboristici Kampō, scarpe a suola morbida, prodotti per l’incontinenza, utensili facili da impugnare e barbieri attenti alle esigenze di mobilità. Le strategie architettoniche rafforzano questa etica: le vetrine dei negozi sono allineate a filo del marciapiede, i cordoli sono stati eliminati e le sedie invadono il passaggio per agevolare la mobilità lenta. Un vivace cancello rosso e dei dissuasori di traffico delimitano la strada come zona dedicata ai pedoni, trasformando l’intero tratto in una soglia spaziale di sicurezza e attenzione.

Al centro della strada, il Tempio Kōgan-ji funge da ancora simbolica, affermando continuità spirituale e offrendo una piazza comunitaria per festival stagionali e incontri quotidiani. Tuttavia, questo linguaggio spaziale di cura porta con sé un’ambivalenza. L’orientamento esplicito all’età, sia attraverso la merce che la segnaletica, può involontariamente trasformare Sugamo in un’enclave di nicchia. Mentre i residenti più anziani si sentono riconosciuti, alcuni giovani tokyoti percepiscono il quartiere come uno spazio di alterità, dove la fragilità è isolata piuttosto che integrata. Gli affitti relativamente bassi dei negozi, rispetto ai centri commerciali orientati ai giovani, suggeriscono che il branding di un luogo intorno alla cura può influenzare inavvertitamente il suo posizionamento economico e simbolico.

Ciononostante, il modello di governance guidato dai negozianti di Sugamo resiste alla chiusura. La strada rimane un connettore urbano funzionale; i residenti di tutte le età la attraversano ogni giorno e gli eventi attirano un pubblico eterogeneo. Questo uso stratificato illustra come le infrastrutture di cura debbano rimanere flessibili e intergenerazionali, per evitare che si solidifichino in una segregazione discreta, che separa gruppi diversi senza barriere nette (fig. 2).

Un’etica spaziale analoga anima il rifugio PorchLight nello Stato di Washington, che riorganizza l’accoglienza d’emergenza attraverso un linguaggio materiale di rispetto e dignità. Allontanandosi dal freddo istituzionale dei rifugi convenzionali, PorchLight impiega gesti progettuali – ingressi sempre illuminati, armadietti personali accanto ai materassi, robusti letti a castello che comunicano sicurezza, privacy e senso di appartenenza. Qui, l’architettura stessa narra la cura, rendendo la vulnerabilità una presenza prevista, non un’eccezione (fig. 3). L’intervento esemplifica l’ambivalenza spaziale dell’assistenza urbana. Da un lato, il suo design a bassa soglia offre servizi essenziali, tra cui letti, docce e un supporto personalizzato nella gestione delle necessità individuali, trasformando un terreno marginale in un punto di riferimento per il sostegno e la continuità sociale. Dall’altro lato, la sua missione mirata traccia dei confini: i criteri di ammissibilità determinano l’ingresso e la sua visibilità può suscitare ansie nel quartiere. Di conseguenza, i rifugi come PorchLight sono spesso intrappolati in un doppio vincolo, incarnando la solidarietà attraverso la forma costruita, ma allo stesso tempo essendo percepiti come simboli di disordine ed esclusione (fig. 4).

Questa tensione evidenzia l’urgenza che la cura spazializzata vada oltre la semplice espressione architettonica. Per evitare che gli ambienti dedicati alla cura diventino enclave di bisogni concentrati, è necessario adottare strategie integrate, come abitazioni accessibili, spazi pubblici inclusivi e modelli di governance partecipativa che distribuiscano la cura lungo l’intero tessuto urbano. In assenza di un tale coordinamento, i luoghi progettati per sostenere rischiano involontariamente di consolidare la marginalità che intendono invece contrastare.

Conclusione

Il quartiere, inteso come ecologia spaziale stratificata, non può più essere progettato solo come contenitore di servizi o unità di zonizzazione. Deve essere letto — e costruito — come una proposta etica e architettonica: dove la prossimità crono-urbanistica abilita la cura; dove le infrastrutture relazionali sostengono l’incontro civico; e dove inviti materiali e simbolici costruiscono giustizia spaziale. I casi mostrano che la cura non si limita a una tipologia. Un filo comune li attraversa: l’architettura conta meno come oggetto e più come invito. Porte basse, marciapiedi livellati, panchine generose, armadietti accanto ai tappeti, giardini condivisi e percorsi riparabili sono segnali che la vulnerabilità è prevista e accolta. Attraverso un’etica della cura, questi gesti attraversano il ciclo del prendersi cura e trasformano i dettagli materiali in promesse. Ridistribuiscono riconoscimento prima che intervengano le politiche: un marciapiede per passeggini permette a un nonno di fermarsi; un sagrato con sedie diventa un bene comune intergenerazionale; uno spazio aperto può simboleggiare uguaglianza. Cucendo insieme strati simbolici, spaziali e programmatici, la forma costruita amplifica la cura senza monopolizzarla. La pratica può iniziare ovunque: in una sala parrocchiale presa in prestito, su una panchina all’ombra, nel raggio di cinque minuti di un super-blocco crono-urbanista, perché il mezzo vero è la relazione, non il cemento.

Lo spazio comporta responsabilità. Quando rifugi segnano povertà o le «strade delle nonne» diventano nicchie di mercato, i luoghi di cura devono essere accompagnati da governance permeabili, economie miste e accesso garantito. I quartieri che «curano con» i propri abitanti ampliano l’obbligo oltre i professionisti della cura, includendo infrastrutture, mercati e regole che rendono possibile la reciprocità. L’architettura deve aprire supporti materiali per la riparazione quotidiana e rendere visibile la rivendicazione morale che nessuno è superfluo. Così i quartieri non solo ospitano la vita, ma incarnano una «giustizia attenta alla cura» che contrasta l’esclusione e mantiene viva la partecipazione civica.

Note

1 B. Fisher, J.C. Tronto, Toward a Feminist Theory of Caring, in E.K. Abel, M.K. Nelson (eds), Circles of Care: Work and Identity in Women’s Lives, SUNY Press, Albany, 1990, pp. 35-62.

2 D. Harvey, Social Justice and the City, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1973, ISBN 9780801815322.

3 S.S. Fainstein, The Just City, Cornell University Press, Ithaca 2010, p. 212, ISBN 0801446554.

4 M.J. Williams, Care-full Justice in the City, «Antipode» 49(3), 2017, pp. 821–839, doi: 10.1111/anti.12279.

5 M.J. Williams, Justice and Care in the City: Uncovering Everyday Practices through Research Volunteering, «Area» 48(4), 2016, pp. 513-520, doi: 10.1111/area.12278.

6 T. Libardoni, M. Drilling, Materialization of Ageing in Place, in M. Drilling, P. Suero, H. Al-Shoubaki & F. Neuhaus (eds), Ageing and Urban Planning. Routledge, New York 2025, pp.213-294, ISBN 9780367700676.