Nuove architetture a Milano: la Torre della Fondazione Prada

A tre anni dall'articolo di Alberto Caruso, ex direttore di Archi, grazie a cui veniva presentata la Fondazione Prada in largo Isarco a Milano, torniamo a parlare di questa ex distilleria dei primi del Novecento per segnalare l'apertura della Torre — ultimo tassello del complesso a cura dello studio OMA.

Valeria Crescenzi Redattrice espazium.ch

La nuova Torre, progettata da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli (OMA), presenta una pianta rettangolare su cui si sviluppa una struttura a blocchi di nove piani. L'intero volume ruota attorno al concetto di alternanza: di forme (i livelli si sviluppano sia su base trapezoidale sia su pianta rettangolare), di materiali (cemento e vetro), di orientamento delle sale e persino di panoramiche, più ampie a nord e più strette ad est e ovest.

Partendo dalla base, ogni piano successivo presenta altezze crescenti che variano dai 2,7 agli 8 metri, garantendo variazioni spaziali particolarmente adattabili a differenti allestimenti, installazioni e mostre. La scala interna funge da elemento che unifica tutte le irregolarità, “elevandosi dalla sua condizione di mero elemento pragmatico per diventare un elemento architettonico carico di significato” (cit. Rem Koolhas).

Con la Torre il repertorio delle tipologie spaziali della Fondazione Prada è completo, e si arricchisce di sei piani espositivi; i tre livelli più alti della Torre sono infatti riservati al ristorante panoramico e ad altri servizi ai visitatori. Per inaugurare la Torre, la Fondazione Prada ha messo a punto “Atlas” un'esposizione che sottolinea concettualmente il processo di crescita e mutazione della Fondazione stessa. Nata da un dialogo tra Miuccia Prada e Germano Celant, la mostra è un vero e proprio atlante delle opere di artisti che hanno contribuito a tessere la storia artistica della Fondazione tra il 1960 e il 2016. Tra questi troviamo Carla Accardi, Jeff Koons, Carsten Höller, Damien Hirst, Pino Pascali.

Il completamento della Torre è parte di un processo particolamente vivace di rigenerazione della città di Milano. Il costruito, con tutto il suo carico di “memorie e segni delle fatiche dei suoi abitanti”, come affermava Caruso, viene così trasformato e riattualizzato, mostrando nuove potenzialità del tessuto urbano.

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