Lavatrici e libertà

Permettono d’accedere ad appartamenti a basso costo, rafforzano i legami sociali e riducono i consumi, ma in Ticino pochi le conoscono; una visita alla cooperativa abitativa Kraftwerk1 Hardturm di Zurigo.

Sara Groisman Storica dell'arte, giornalista

Scendo a Bernoulli-Häuser. Dalla fermata del tram un edificio rosso attira subito la mia attenzione; lungo la facciata una scritta: Kraftwerk1. Sono nel quartiere di Zürich-West per scrivere un articolo che annunci la tavola rotonda «Cooperative abitative: principi, caratteristiche e funzionamento» (il 27 febbraio alle 18:30 allo Stabile amministrativo 3 di Bellinzona). Organizzata da Archi in occasione dell’uscita del numero 1 del 2018, incentrato sul tema, e dalla Società ingegneri e architetti, si propone di presentare un approccio all’abitare in Ticino quasi sconosciuto, ma diffuso nel resto della Svizzera. «Se qui la cooperativa non ha preso piede è anche perché non si sa cos’è», mi ha spiegato Monique Bosco-von Allmen, curatrice del numero e presidentessa di CASSI, sezione della Svizzera italiana di Cooperative d’abitazione Svizzera, quando l’ho incontrata nella sede di Villa Saroli a Lugano. «Io la definirei un’unione di persone (almeno sette soci) che vogliono creare spazi abitativi corrispondenti alle loro esigenze, senza scopo di lucro. Dal punto di vista economico ha il vantaggio d’offrire alloggi con affitti inferiori a quelli di mercato, perché basati solo sui costi effettivi. Ma soprattutto propone spazi e servizi che stimolano le relazioni tra persone, aumentando la qualità di vita».

Tra industrie e giardini

Mi avvicino al numero 269 di Hardturmstrasse, un imponente parallelepipedo di mattoni grigio-violacei da otto piani incuneato tra il palazzo rosso e altri due edifici dello stesso colore. Al pianterreno si intravedono un bar, un asilo, un plotone di biciclette. Scorso un elenco alfabetico con decine di nomi, trovo il campanello di chi mi guiderà alla scoperta dell’edificio. «Qui siamo a Kraftwerk1 Hardturm» spiegano Fernanda e Peter mentre curioso nel loro ampio soggiorno all’ultimo piano. «Kraftwerk1 è il nome della cooperativa, che possiede diversi complessi; Hardturm è questo. È stato terminato nel 2001; noi ci siamo trasferiti qualche mese dopo». Saliamo una scala interna all’appartamento ed eccoci sul grande terrazzo comune; Peter si sporge dalla balaustra per indicarmi i due edifici rossi che formano con il nostro il complesso di Hardturm, abitato da 200 persone.

«La zona un tempo era industriale», osserva, additando prima i filari ordinati di casette pastello, ciascuna con il proprio orto, che l’urbanista Bernoulli realizzò negli anni Venti, poi il ferro di cavallo mostarda della Porta Siedlung, eretta dal filantropo grigionese nel 1934. I due insediamenti, pensati per offrire abitazioni a prezzo ridotto ai lavoratori delle fabbriche allora in rapida moltiplicazione, rappresentavano due concezioni della città diffuse all’epoca: da una parte, l’ideale di una Gartenstadt di gusto rurale, composta da casette a schiera con giardino privato, dall’altra, la moderna palazzina d’appartamenti mirante a ottimizzare lo spazio a disposizione, ma addolcita da spazi verdi comuni che andavano a innalzare la qualità di vita. Due modelli che in quegli anni trovano una sintesi in un altro complesso imperniato su un assetto a ferro di cavallo: la Grosssiedlung Britz di Berlino, realizzata tra 1925 e 1930 da Bruno Taut e Martin Wagner.

La necessità di abitazioni per i lavoratori delle industrie generò anche, a partire dal 1907, le cooperative zurighesi; come mi ha spiegato l’antropologa Jennifer Duyne Barenstein quando sono andata a trovarla nel suo ufficio all’ETH, «la loro nascita è legata all’emergere di una classe operaia politicizzata e sindacalizzata che si unisce di fronte a una penuria di alloggi». Ciò spiega anche perché questa forma abitativa abbia avuto poca fortuna in Ticino: «Agli inizi del Novecento si riscontra una chiara correlazione tra urbanizzazione, industrializzazione, l’emergere di una scarsità di alloggi e quindi l’urgenza di soluzioni abitative a basso costo. Ma nel Ticino rurale d’allora il problema non si pose. A Zurigo un’altra ondata di cooperative derivò dal movimento degli anni Ottanta, che di fronte alla penuria di alloggi rivendicò abitazioni a basso costo anche in modo militante, con squatting, obbligando le autorità a riflettere sul problema. Si guardò così alle cooperative del passato integrando i loro principi con nuove strategie e valori, come la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile. Questo in Ticino non avvenne».

A casa di Peter e Fernanda, il movimento degli anni Ottanta è associato a facce ben precise. Mentre gustiamo un brunch in compagnia di un’altra coppia di kraftwerkiani, Regina ed Egil (qui dal 2012), questo pesca con soddisfazione dalla libreria dei padroni di casa un libro firmato P.M.: è lo pseudonimo di Hans Widmer, socio fondatore nel 1995 di Kraftwerk1 (e tuttora inquilino) che al movimento per gli alloggi dette un manifesto letterario: il libro ‘bolo’bolo’, dove immaginava un mondo basato su forme di vita comunitaria e in cui la proprietà privata è abolita, fatto salvo per una scatola di 50x50x100 centimetri di cui ciascuno dispone liberamente: neanche le autorità vi hanno accesso. «Da allora anche Hans si è ritrovato con qualche proprietà privata…» ride Egil.

La questione della proprietà è cruciale per la definizione di cooperativa: il sito della CASSI recita: «Proprietari o inquilini? La cooperativa d’abitazione è una soluzione che cerca di superare questa dicotomia»; nel concreto, spiega Bosco-von Allmen, «il socio di una cooperativa investe del capitale iniziale; è poi la cooperativa che è proprietaria dell’immobile, per cui lui non possiede le mura ma una quota della cooperativa che è proprietaria delle mura. Questa viene gestita dai soci tramite l’assemblea; ognuno ha un voto, indipendentemente da quanto investito, per eleggere il comitato direttivo e partecipare alle decisioni».

Architettura della condivisione

Sparecchiato, i kraftwerkiani mi guidano nell’edificio. Percorriamo un lungo corridoio; nelle pareti si schiudono aperture con vista sugli interni; sulle porte, non spioncini ma finestre, a trasporre architettonicamente lo spirito di condivisione. Non mancano, va detto, creativi espedienti per oscurare i vetri, e solo alcuni dei miei ciceroni li guardano con ostilità.

Che le cooperative siano terreno fertile per sperimentare nuovi assetti architettonici è ormai evidente: i complessi zurighesi hanno ottenuto premi internazionali proprio perché tentano di proporre tipologie abitative che rispondano alle esigenze del terzo millennio. «Tra le nuove tipologie abitative c’è il Clusterwohnung» racconta Bosco-von Allmen «un appartamento molto generoso con cellule di spazi privati di una o più stanze, magari con angolo cucina; queste piccole unità sboccano su spazi comuni come una grande cucina o un grande soggiorno, per cui si può sia stare insieme, sia isolarsi. Si stanno anche sperimentando tipologie più estreme: spazi completamente vuoti che i soci dividono da soli, anche costruendosi le pareti».

Mentre scendiamo con quello che, secondo la leggenda, è il Sarglift (l’ascensore per bare), Peter anticipa che l’organizzazione degli spazi a pianterreno si rifà a un altro ideale di P.M. e dei soci fondatori: rendere il complesso autarchico. Così a pochi passi dall’ascensore ci imbattiamo nel Konsumdepot, un negozio gestito in forma volontaria da abitanti della cooperativa (Egil è uno di loro) che vende agli inquilini, a prezzo di costo, prodotti biologici. «Oggi l’autarchia si riduce più che altro ai cornetti della domenica…» sorride.

Anche gli altri spazi comuni sono in mano a volontari: Regina racconta che in assemblea è stato oggetto di vive discussioni se questo tipo di lavoro dovesse essere per i soci un obbligo o una scelta. «Io penso che dovrebbe essere obbligatorio, Egil no» commenta facendomi strada nel Pantoffelbar; qui, con la chiave dell’appartamento, si ha accesso a gazzose e birre custodite nel frigo (il versamento di un obolo è lasciato alla coscienza dei soci). Per un periodo, Regina vi ha riunito un circolo che offriva cene gratuite.

Vi è poi un asilo, gestito da esterni («a mio figlio basta prendere l’ascensore per esser lì»), una controversa officina per la riparazione di biciclette («il rumore…», borbottano i kraftwerkiani) e un giardino inselvatichito dall’inverno. Ma il culmine della visita è la lavanderia: posizionata in un vasto stanzone dalle ampie finestre alla cui luce sbrilluccica la batteria di lavatrici e asciugatrici, nasce proprio con l’intento di creare uno spazio di scambio tra gli abitanti, così da fare del lavoro domestico un’occasione di socializzazione – da cui la posizione centrale. E se l’entusiasmo di Egil di fronte alla libertà offerta dalla lavanderia «anarchica» («senza orari fissi e gratuita!») potrebbe non essere esente da ironia, certo è che anche il settimanale ‘WOZ’, salutando nel 2001 l’inaugurazione del complesso di Hardturm, aveva ritenuto le lavatrici tanto emblematiche del progetto da usarne la fotografia a mo’ d’illustrazione dell’articolo. Didascalia: «La lavanderia si prepara al suo compito: stimolazione sociale».

In lavanderia si affaccia anche Andreas Hofer, con P.M. tra i padri spirituali di Kraftwerk1. Peter mi racconta che, nelle sue vesti professionali di urbanista, è stato da poco nominato direttore della Internationale Bauausstellung che si terrà a Stoccarda nel 2027 e celebrerà i 100 anni del quartiere Weissenhof, su cui si erano chinati i maggiori architetti del tempo. «Ci vogliono dieci anni per organizzare una Bauausstellung?», gli ho chiesto. «Certo», mi ha detto lui, «bisogna costruire!».

Esco. Un’ultima occhiata agli edifici di Hardturmstrasse, con i loro locali pubblici affacciati sul cortile, testimonia il tentativo di fare della cooperativa un laboratorio dove ripensare la città. «Se fatte bene, le cooperative creano una nuova connessione urbana, da cui derivano scambi che arricchiscono la vita di quartiere» osserva Bosco-von Allmen. «In Ticino però non dobbiamo focalizzarci solo su progetti nuovi: abbiamo già un territorio molto costruito e andiamo incontro a una fase in cui gli appartamenti resteranno sfitti. Da noi ristrutturare è importante, e questo vale anche per le zone discoste, che le cooperative possono contribuire a rivitalizzare». «Se in Ticino le cooperative si svilupperanno o meno dipenderà molto dalle municipalità» commenta Duyne Barenstein; «ci vuole soprattutto un dialogo tra società civile, organizzazioni non governative e autorità».

Nell’aspettare il tram, dò un’occhiata alle Bernoulli-Häuser cui è intitolata la fermata. A confronto con Kraftwerk1 Hardturm, sembrano case di bambola.

Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano «laRegione Ticino» il 24 febbraio 2018.

Per ulteriori approfondimenti sul tema delle cooperative di abitazione si consiglia la lettura del nostro e-dossier tematico.

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