La trasformazione: un tema dell’insegnamento di progettazione?

Il lavoro teorico e progettuale con le opere architettoniche appartiene da sempre al campo vasto dell’architettura e in essa affonda le proprie radici. Il fatto che questo studio sia anche tematizzato come componente della formazione di un architetto e sia presentato come un oggetto di progettazione, è tutt’altro che ovvio.

Martin Boesch Architetto, Accademia dell'Architettura di Mendrisio

Un quadro sconcertante: il premio GCC

Nel 2005 e nel 2006, il Gruppo specializzato per la conservazione delle costruzioni della sia ha premiato i diplomi di laurea che avevano affrontato il tema del lavoro progettuale con le costruzioni nelle discipline architettura e ingegneria civile. L’iniziativa era volta a sensibilizzare a questa tematica, di rilievo nella prassi professionale, sia le scuole, sia gli studenti giunti al termine del corso di studi. Al concorso, rivolto a circa 30 dipartimenti, potevano partecipare i diplomati e i laureati delle università e degli istituti tecnici superiori svizzeri.

Solo nove lavori furono presenti nel 2005 e sette nel 2006, lavori di alto profilo qualitativo che, malgrado il numero esiguo, sono la dimostrazione dell’ampiezza e della ricchezza di questo tema, ma al tempo stesso confermano un quadro sconcertante: la scarsa partecipazione porta a supporre che il tema sia praticamente inesistente nelle università e negli istituti superiori svizzeri e sembra sia trattato soltanto in modo marginale e in via eccezionale nell’ambito delle lezioni di progettazione o come argomento di tesi. L’insegnamento, basato su questa percezione limitata è orientato soprattutto alle costruzioni nuove, in contrasto con gli interrogativi palesemente reali, non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo, che sorgono dell’ambiente costruito¹. Chi se ne occupa?

L’avanguardia allo IAUG: ogni costruzione è trasformazione

Questa constatazione non è nuova, ma priva di riscontri concreti nell’insegnamento di progettazione presso le scuole di architettura svizzere. Soltanto una si è rivelata così saggia da ripensare ed istituire un nuovo corso di studi: l’Institut d’Architecture de l’Unversité de Genève (IAUG), dove la generazione di Giairo Daghini, Georges Descombes, Riccardo Mariani e Bruno Reichlin ha messo a punto nel 1994 il «modello di Ginevra», un insegnamento che prevede come argomento centrale l’ambiente costruito e non unicamente le opere nuove, attorno alle quali ruotano le materie complementari.

Il modello di Ginevra è un insegnamento in cui urbanistica (urbanisme et aménagement du territoire), nuove costruzioni (architecture et arts appliqués), architettura del paesaggio (architecture et paysage) e il lavoro con le costruzioni architettoniche (sauvegarde du patrimoine bâti) sono trattati come argomenti equivalenti nell’ambito della progettazione. Durante il corso di studi, ogni studente realizza un progetto in ciascuna delle quattro discipline, cioè vive lo stesso tema sotto quattro prospettive diverse. Si giunge in questo modo ad una concezione ed una conoscenza dell’argomento architettura più complesse di quelle che scaturiscono dal modello di pensiero tradizionale. Nell’ambito del corso «sauvegarde du patrimoine bâti» - affine agli studi post diploma seppur con alcune differenze - è previsto un approccio a questo tema.

Lo studente deve essere sensibilizzato alle costruzioni esistenti, alle possibilità e potenzialità insite nelle stesse e spesso nascoste, non ravvisabili ad un primo sguardo. Inoltre deve avere la possibilità di scoprire un settore di attività interessante e centrale e imparare ad arrivare alla formulazione di un giudizio, ad un inquadramento e ad una classificazione dell’oggetto dell’esame, partendo da un approccio progettuale fondato su un atteggiamento di curiosità critica. Siamo convinti che tutte le opere costruite siano patrimoine bâti e se il termine sauvegarde apare nel titolo del corso, è perché vogliamo dargli una connotazione più di indagine che di valutazione anticipata. Ci siamo chiesti come affrontare un’opera architettonica già esistente: in fondo con un atteggiamento di apertura, che non esclude a priori come ultima ratio addirittura la demolizione e la sostituzione.

Quindi durante il corso annuale studiamo un’opera architettonica per la quale non è stata ancora formulata alcuna valutazione e per mezzo di diverse strategie di progettazione, impareremo a conoscere e a valutare i suoi significati materiali e immateriali, le sue capacità e i suoi limiti, la sua robustezza e la sua vulnerabilità.

E: preferiamo di fare queste esperienze progettuali sulla base della cosiddetta architettura minore e di temi quotidiani.

Il corso post-laurea «sauvegarde du patrimoine bâti moderne et contemporain» offre la possibilità di approfondire il tema con altri accenti. L’Institut d’Architecture de l’Université de Genève chiuderà a fine settembre 2006.

Opportunità mancate? ETHZ e EPFL

Nessuna scuola che vuole essere presa sul serio può tralasciare questo tema. La ristrutturazione delle scuole svizzere di architettura avrebbe offerto l’opportunità di adottare questo tema, per definire il profilo della scuola stessa e il suo nuovo orientamento.

ETHZ: l’avvicendamento ai vertici e del corpo insegnanti dell’Istituto federale per la conservazione dei monumenti storici, avrebbe offerto la situazione ideale per una ridistribuzione dei contenuti dei corsi di progettazione.

«Il tema del futuro e l’obiettivo di una gestione all’insegna del rispetto delle risorse non sarà l’opera architettonica nuova, pur ottimizzata. Al contrario, il nostro pensiero e il nostro intervento devono concentrarsi sul patrimonio esistente - la trasformazione di quanto già esiste»². Il parere di un altro rappresentante «Occorre, insomma, una strategia del mantenimento. Un progetto della conservazione. Presupposto di tale progetto è un giudizio di valore.... Ma è proprio questo giudizio, ne siamo convinti, che ci è insistentemente richiesto. Sopratutto nella nostra qualità di progettisti»³. L’analisi svolta è chiara e il progettista è una figura necessaria.

Tuttavia ciò che viene formulato in modo chiaro e preciso, quasi fosse un incarico affidato all’insegnamento del progetto, rimane senza seguito concreto e resta una professione di fede unicamente formale.

Per quanto riguarda I’EPFL, dove recentemente è stato lanciato il concorso per quattro posti di professore di progettazione, nulla fa pensare che siano stati riconosciuti i segni del tempo e sia stata colta al balzo l’opportunità di un nuovo orientamento con il nostro tema incalzante del futuro.

Riconoscere i segni del tempo: il tema del «riuso» all’AAM

Nell’autunno 2005 l’Accademia di Architettura di Mendrisio ha proposto per la prima volta con il 9° semestre, di recente istituzione, il tema del «riuso» come tema di progettazione, parallelamente a tre corsi di progettazione che coprono i settori dalla grande alla piccola scala. L’Accademia ha manifestato espressamente la volontà di sviluppare questo tema. La nostra ricerca ha avuto come oggetto l’ex Collegio Don Bosco a Maroggia, inutilizzato da metà del 20024.

Due percezioni diverse:

da un lato la schiera di edifici dell’ex Collegio Don Bosco, chiusa quasi a formare un muro, che costituisce un insieme unico malgrado le costruzioni riconoscibili risalgano a periodi diversi. Nello spazio antistante, per tutto il senso della lunghezza, si apre uno spazio vuoto, il giardino. Assieme hanno una propria dimensione paesaggistica.

Dall’altro il nucleo compatto dell’insediamento, costituito da costruzioni semplici, la cui forza architettonica risiede nella compresenza spaziale con gli altri edifìci. Il triangolo è delimitato dalla strada cantonale a nord, dal ruscello ad est e sul lato ovest è completato ed inserito architettonicamente nel nucleo del complesso tramite la parte posteriore dell’ex Collegio Don Bosco, con una strutturazione accentuata. Confina con il lago soltanto l’angolo meridionale del triangolo, occupato dalla chiesa.

La fila di edifici dell’ex Collegio Don Bosco racchiude un gioiello, Villa Petrucci (architetto Giacomo Petrucci) con dipinti alle pareti e ai soffitti di Giovan Battista Bagutti. La villa, che risale agli inizi del secolo XVII, è riconoscibile dall’esterno soltanto ad un secondo sguardo. Si presume che originariamente fosse una costruzione a sé e con il trascorrere del tempo sia stata incorporata nella schiera di costruzioni dianzi descritte, a seguito di lavori di ampliamento, perdendo in tal modo la sua autonomia strutturale.

La costruzione è priva di scale proprie e l’orientamento è incerto. Verso la fine del secolo XIX questo complesso ospitò l’Istituto nazionale Manzoni, un convitto femminile e, a partire dal 1905 il Collegio Don Bosco, che ha inglobato la ex casa dei pescatori, accanto alla chiesa. Gli interni sono caratterizzati da una suggestiva varietà di ambienti, da un gran numero di locali fra i più banali, sino ad una cappella inserita successivamente, un piccolo teatro e ad un grande salone al piano nobile, sorretto dalle volte sottostanti.

Nell’ambito dell’esercizio didattico-accademico, 10 gruppi di ricerca composti da studenti hanno studiato con lo strumento della progettazione la situazione architettonica esistente, per verificarne l’idoneità a farne un centro di musica.

Conclusioni

- l’ex Collegio è idoneo per il nuovo utilizzo: lo dimostrano progetti intelligenti con un numero limitato di interventi, però efficaci;

- evitando interventi pesanti per grandi sale da musica, vengono identificate e rese operative delle strutture esistenti a Maroggia. Si tratta della chiesa sul lago, del Mulino di Maroggia e dell’Oratorio San Bernardo. Il progetto «Un centro di Musica» diventa così un progetto per tutta Maroggia: «Maroggia suona»;

- «L’ala che si allunga verso il lago, di nessun valore, potrebbe essere in gran parte demolita e ristrutturata per nuove abitazioni».5 La messa a nudo della villa a seguito della demolizione e della sostituzione delle costruzioni laterali appartenenti alla cosiddetta architettura minore non risolve alcun problema anzi, ne crea di nuovi. Non tutto può e deve essere tutelato. Tuttavia è incomprensibile che soltanto il dipinto sul soffitto del salone della villa goda di questa protezione, mentre sarebbe possibile demolire l’intero complesso dell’ex Collegio Don Bosco, inclusa la villa, che è un elemento integrante del nucleo dell’insediamento.

La proposta della demolizione è un errore grossolano e dimostra altresì quanto sia facile sottovalutare l’efficienza di questa architettura modesta.

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