La sostenibilità nell'architettura

L’Accademia di architettura di Mendrisio dal settembre 2014 ospita il prof. Muck Petzet, architetto responsabile del coordinamento della fascia didattica di progettazione sostenibile, tema spesso ritratto in maniera superficiale dai mezzi di comunicazione, che necessita di una profonda ridefinizione.

Andrea Roscetti Ingegnere, fisico della costruzione, redattore Archi

L’Accademia di architettura di Mendrisio dal settembre 2014 ospita il prof. Muck Petzet, architetto responsabile del coordinamento della fascia didattica di progettazione sostenibile. Da una discussione informale sono scaturiti una serie di pensieri riguardanti l’approccio personale e didattico al soggetto, che riguardano in particolar modo la figura del futuro architetto.

Fulcro della discussione è stato il tema della sostenibilità, spesso ritratto in maniera superficiale dai mezzi di comunicazione, e la sua conseguente ridefinizione. Si presentano, come sostenibili, edifici che integrano elementi «verdi» in facciata o sul tetto, che rispettano le normative e integrano le tecnologie più avanzate. Anche una rapida ricerca sul web offre, a fianco di qualche edificio costruito con materiali tradizionali, una panoramica su oggetti in vetro e acciaio ipertecnologizzati. In questo ambito, nel mondo politico e industriale, si discute quasi esclusivamente di riduzione delle emissioni di CO2 e dei consumi di energia. La necessità di crescita economica continua porta a offrire soluzioni sempre nuove e nuovi prodotti più performanti o nuovi standard di efficienza ma non viene mai ridiscusso il modello di business nel suo complesso.

La definizione moderna e più accettata di sostenibilità deriva dalla relazione del 1987 della Commissione Brundtland delle Nazioni Unite, Our Common Future. Essa afferma che: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» (parte 1, capitolo 3, paragrafo 27). 

In questa definizione la sostenibilità è fondamentale per lo sviluppo, che – secondo le attuali ipotesi – significa crescita. Devono essere presi in considerazione gli impatti a lungo termine delle «necessità del presente», dettate oggi dall’economia globale orientata alla crescita, affinché non compromettano le esigenze del futuro. Al giorno d’oggi è generalmente inteso come «sostenibile» tutto ciò che tiene conto dei fattori economici, ecologici, sociali e culturali a lungo termine.

Troppo spesso il termine stesso di sostenibilità è male impiegato: in ambito didattico si cerca di ridefinire il concetto stesso applicato all’architettura, anche grazie al lavoro personale di ogni singolo studente.

I corsi difatti si compongono di una serie alternata di lezioni introduttive, in cui vengono portate le tematiche di discussione, e una serie di esercitazioni pratiche, in cui lo studente mostra le proprie capacità di pensiero e progettuali. I risultati sono spesso sorprendenti, gli ambiti coperti dagli studenti sono molto differenti in funzione del soggetto affrontato, portando nuovi elementi e contribuendo alla ricerca, sempre attiva e in evoluzione continua, nel campo della definizione di sostenibilità applicata all’architettura.

Allo studente è richiesto lo sviluppo di un proprio percorso, anche complementare a quelli attuali e presentati durante le ore di didattica frontale nei corsi della fascia. Tale richiesta porta ad astrarre le problematiche rispetto al contesto a cui ci si riferisce abitualmente: la ricerca di una nuova modalità di lettura del proprio lavoro, anche quello svolto negli atelier di progettazione (che coprono tematiche molto varie nei differenti anni di insegnamento), è centrale nel percorso didattico.

La creazione di uno schema soggettivo di autovalutazione permette l’integrazione, nel proprio pensiero progettuale, dei concetti che sono alla base delle cosiddette strategie per la sostenibilità. Non si tratta in questo caso di manipolare le metodologie per la valutazione oggi utilizzate, si cerca però di integrare i principi della sostenibilità nel progetto, non solo eseguendo una valutazione imparziale. 

In ambito didattico è prioritario lo sviluppo di un’attitudine alla sostenibilità degli studenti, non rispondendo alle richieste con un semplice adeguamento del progetto alle esigenze. Contrariamente ai corsi rivolti ai tecnici o agli specialisti della progettazione sostenibile la formazione ai giovani architetti deve iniziare dalla ricerca di una personale definizione di sostenibilità, più che inserire concetti preordinati e soluzioni definite, in modo da far nascere soluzioni realmente sostenibili. I futuri architetti vanno resi sensibili alla problematica che dovranno gestire, prima che valutati. Allo stesso tempo però va verificata la validità del concetto proposto, che non porti a delle soluzioni naif o semplicistiche ma che si fondi su solide basi scientifiche.

L’energia e le risorse utilizzate nel processo di costruzione, che tendono ad aumentare quando gli edifici diventano più grandi e «migliori», sono ancora ignorati in molti sistemi di valutazione del consumo energetico. 

In seguito alla pubblicazione delle recenti normative, che richiedono un impatto energetico degli edifici nella fase di funzionamento «quasi zero», critica è la mancanza di preoccupazione per l’energia grigia: risorse utilizzate nello smaltimento e nella sostituzione degli edifici considerati «inutili». L’architettura odierna inoltre ama proporre edifici nuovi e belli, che sono considerati ottimali e soddisfano le esigenze dei committenti, dati anche i ridotti impatti economici della demolizione e della  rimozione degli stabili esistenti. 

È chiaramente necessario un nuovo schema di valutazione, ma la maggior parte dei governi e delle istituzioni sta tardando a introdurre misure o linee guida appropriate. Una lodevole eccezione è la Svizzera, dove, insieme al modello olistico della «Società a 2000 Watt», gli obiettivi del «SIA-Effizienzpfad Energie» («Percorso Efficienza energetica della Società svizzera degli Ingegneri e Architetti») e la certificazione da parte del NNBS (Rete per Edifici sostenibili, Svizzera) richiedono un’analisi dell’intero ciclo di vita di un edificio, compreso il suo smaltimento al termine della vita utile.

L’obiettivo dell’architetto andrà ridefinito: non sarà più la realizzazione di un edificio «firmato», ma la programmazione e lo sviluppo delle esigenze attuali e future. Sarà richiesta una conoscenza più ampia su questioni sociali, economiche e tecniche, di quella utile a modellare edifici. È necessario un nuovo atteggiamento verso il costruito esistente, un modo integrativo di pensare e un impegno di identificazione e di apertura, verso le qualità dell’apparentemente obsoleto, mondano e fatiscente. 

Come coordinatori e comunicatori, gli architetti hanno una posizione di privilegio nell’ambito decisionale relativo all’ambiente costruito. Gli architetti non dovranno più soltanto seguire determinate norme e fare le cose bene, in maniera corretta («do the things right»): dovrebbero essere in prima linea nello sviluppo dell’agenda per fare la cosa giusta («do the right thing»).

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