La lezione di Victor Papanek in mostra al Vitra

«Ci sono professioni più dannose dell’industrial design, ma sono poche. Forse una sola professione è più falsa. Il design pubblicitario, che persuade la gente a comprare cose di cui non ha bisogno, con soldi che non ha, per fare una buona impressione su persone a cui non importa, oggi è probabilmente il settore più falso. Il disegno industriale, che mette insieme le idiozie da quattro soldi spacciate dai pubblicitari, sta appena dopo».

Gabriele Neri Dott. arch. storico dell'architettura, redattore Archi

Il libro fu tradotto in ventitre lingue diventando uno dei best seller del settore. Le sue pagine divennero molto presto, anche sulla scia della contestazione sessantottina, il manifesto di un approccio etico, sostenibile e socialmente corretto alla progettazione, che Papanek si impegnò a divulgare instancabilmente progettando e insegnando in varie parti del mondo. Oggi la sua lezione, teorica e pratica, è in scena al Vitra Design Museum di Weil am Rhein attraverso una consistente collezione di materiali provenienti dalla Papanek Foundation di Vienna, composta da appunti, lettere, arredi, oggetti personali e immagini.

Nato nel 1923 a Vienna, Papanek fu costretto a emigrare negli Stati Uniti nel 1939, dopo l’Anschluss. Dall’altra parte dell’oceano, dove allora il disegno industriale era già una professione rodata e riconosciuta, con nomi del calibro di Raymond Loewy, il giovane austriaco si formò come designer e architetto. Tuttavia, alla formazione accademica e professionale – studiò con Frank Lloyd Wright nel 1949, alla Cooper Union di New York e al Massachusetts Institute of Technology – egli affiancò presto un interesse antropologico per culture diverse da quella occidentale, che lo portò a vivere per lunghi periodi con i nativi americani Navajos, con gli Inuit, a Bali. Il cambio di prospettiva gli fece sviluppare una strenua critica alla società dei consumi, avviata proprio dal biasimo della sua professione. Fare il designer, troppo spesso, significava soltanto compiere un’operazione di cosmesi attraverso l’ideazione di una bella forma, accettando – e anzi promuovendo – pratiche truffaldine, spreco di risorse, obsolescenza accelerata, esaltazione di valori sbagliati ecc.

Nell’opera di Papanek l’attività teorica non è slegata dalla progettazione: spesso, infatti, i suoi lavori venivano sviluppati insieme agli studenti o alle comunità con cui viveva, cercando sempre lo scambio culturale e non l’imposizione dall’alto di ricette universali. Forte era infatti la sua propensione a lavorare in team multidisciplinari: una necessità, secondo Papanek, da opporre al falso mito del genio individuale così diffuso tra i giovani designer.

Questi aspetti emergono chiaramente leggendo i suoi libri: non solo Design for the Real World ma anche i successivi How Things Don’t Work (1977) o Design for Human Scale (1983), in cui il lato analitico – teso a dimostrare le falle e addirittura i crimini del sistema internazionale del design – si sposa sempre con progetti concreti, ideati a contatto con le tante realtà del pianeta. Molti sono quelli per il cosiddetto Terzo Mondo. Per l’Africa postcoloniale, con i suoi studenti Papanek sviluppò ad esempio una macchina per realizzare tubi per la distribuzione dell’acqua, facile da usare e capace di essere sfruttata senza passare per l’intricato sistema di interessi economici e politici.

Alcuni pezzi erano però, inevitabilmente, difettosi: saranno trasformati, per mano di un suo ex studente, in componenti di parchi giochi per bambini, in paesi dove questi spazi scarseggiavano. Oppure: nel 1969 Papanek progettò in collaborazione con l’UNESCO un televisore a basso costo da costruire in Africa per soli 10 dollari; una radio a transistor fatta riciclando lattine e alimentata da una candela; sistemi di trasporto a basso impatto produttivo e energetico. Oggi simili progetti stupiscono meno, dato che – per fortuna – ci sono molti sforzi in tal senso; poco comuni erano invece allora, negli anni in cui l’Africa ridefiniva il proprio futuro postcoloniale.

Ecologia, sostenibilità, attenzione per le condizioni specifiche dei paesi emergenti: quelli di Papanek sono termini e concetti ormai sulla bocca di tutti ma che allora nascevano da una controcultura guardata con diffidenza dal sistema industriale. Come scrivono i curatori: «ciò che era rivoluzionario per gli anni di Papanek è ora generalmente accettato: progettare non è soltanto dare una forma a qualcosa; è uno strumento di trasformazione politica che deve tenere in conto un punto di vista etico e sociale». Si pensi anche all’accento posto dal designer viennese sulla critica del copyright o sull’autoproduzione, temi che oggi sono al centro dei nuovi orizzonti aperti dal web e dal digitale, con il do-it-yourself permesso dalle stampanti 3D, con la condivisione delle informazioni e dei progetti in tempo reale.

E difatti la mostra al Vitra – che contiene anche lavori di contemporanei di Papanek, tra cui George Nelson, Buckminster Fuller, Marshall McLuhan, il collettivo Global Tools ecc. – non privilegia solo la dimensione storica, ma espone anche venti opere di progettisti attivi ai nostri giorni. Tra questi c’è Tomás Saraceno, che progetta complesse strutture gonfiabili in cui si fondono arte e ingegneria con l’obiettivo di creare ambienti sostenibili. C’è il gruppo Forensic Architecture, agenzia con base a Londra che utilizza la ricerca sull’architettura per combattere la violazione dei crimini di guerra e dei diritti umani, grazie all’elaborazione complessa di dati provenienti da scenari di guerra urbani.

Ci sono i brasiliani Flui Coletivo, che inseguono «soluzioni democratiche» per fronteggiare i problemi idrici della metropoli paulista (e non solo). Nei loro lavori, questi e altri progettisti cercano di mantenere l’etica in primo piano affrontando le sfide più difficili e stimolanti del mondo contemporaneo: dalla questione dei migranti all’identità di genere; dai cambiamenti climatici alla logica del mercato. I risultati aggiornano la lezione di Papanek, e permettono di vedere come si sia spostato oggi il fronte di un approccio politico, nel senso più alto del termine, del mestiere del designer.

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