Insegnare la cooperazione e l’accoglienza

Di seguito Archi presenta tre distinte esperienze didattiche dedicate ai temi dell’accoglienza elaborate all’AAM da Francis Keré e Paolo Canevascini, alla SUPSI da Paola Canonica. Abbiamo chiesto a Claudio Valsangiacomo, professore in Cooperazione e sviluppo presso la SUPSI, una sua opinione/valutazione sull’approccio e gli esiti dei laboratori.

Claudio Valsangiacomo Professore, responsabile Centro competenze SUPSI Cooperazione e sviluppo

«Insegnare la cooperazione e l’accoglienza» significa anche insegnare a capire e leggere le esigenze delle persone che vogliamo accogliere in termini di «casa», di «abitazione», di «luogo dove vivere». Il fenomeno migratorio, che fa tanto parlare in questi anni, non è niente di nuovo sotto il sole, «…gli esseri umani sono dotati di gambe e si muovono da sempre…», per dirla con un antropologo contemporaneo, Marco Aime, dell’Università di Genova. Va da sé che chi si muove, se non è un nomade o un pellegrino, necessita prima o poi di un tetto sopra la testa. La migrazione degli esseri umani è un movimento che ha comunque come scopo l’intenzione di stabilirsi temporaneamente o permanentemente in un luogo, che spesso si trova molto lontano da dove provengono gli individui che operano questa scelta e in contesti socio-economici completamente diversi. La migrazione umana è un fenomeno sociale dovuto a diversi motivi, e non sempre questi motivi hanno una base volontaria, spesso chi si sposta dal paese di origine lo fa per sfuggire a malesseri di ogni tipo, emotivo, di sicurezza personale, di disagio economico, di mancanza di dignità ecc. La tipologia costruttiva del centro di accoglienza di cui si sono occupati gli studenti dell’AAM vuole rispondere alle necessità di queste persone, che nel gergo della cooperazione vengono chiamati «beneficiari». Cimentarsi con questa tipologia costruttiva, quella dell’accoglienza, rappresenta per gli studenti un approccio molto diverso da quello più conosciuto e consueto del mandato da parte di un privato o di un ente pubblico locale. La progettazione di un centro di accoglienza richiede agli studenti un approccio che va al di là del concetto classico della progettazione. In questo caso si progetta per degli utenti che provengono da paesi diversi, culture e lingue diverse, religioni fra le più disparate, di tutte le età e genere, la maggior parte delle quali ha subito nel loro spostamento svariati disagi, a volte anche atroci violenze. Il valore aggiunto per gli studenti di architettura sta quindi proprio nella complessità dell’esercizio nel soddisfare quelle che sono le esigenze della committenza, l’ente pubblico, ma anche le esigenze degli abitanti del centro: i migranti.

Se l’Accademia di Mendrisio ha messo a confronto i suoi studenti con la costruzione di un centro di accoglienza in Svizzera, la SUPSI misurerà nel 2019 i suoi studenti con la realtà abitativa dei campi rifugiati nella regione del Corno d’Africa, punto di origine di flussi migratori molto importanti anche per l’Europa. Con l’Università di Hawassa, in Etiopia, il Centro competenze SUPSI Cooperazione e sviluppo ha stipulato un memorandum of understanding che regola la collaborazione fra i due atenei sia a livello di didattica che di ricerca. La prossima edizione del Workshop Africa si svolgerà presso il Campus di Hawassa e permetterà, tramite la collaborazione fra studenti SUPSI e studenti della locale università, di cimentarsi nella costruzione di un prototipo di unità abitativa per rifugiati che rifuggono le situazioni di conflitto presenti nel Corno d’Africa ormai da decenni.

 

Archi: Che valore ha per voi introdurre in ambito didattico dei temi di progetto connessi a problematiche sociali così emergenti?

Francis Kéré, architetto e professore AAM: L’importanza di questi temi sta nel confrontarsi con un bisogno reale della società contemporanea in un modo che coinvolga tutti i membri di una comunità. Progettando un centro per i rifugiati a Chiasso gli studenti possono comprendere il ruolo decisivo che l’architettura può svolgere oggi e acquisire consapevolezza del fatto che l’architettura può cambiare la vita della gente, che si tratti dei rifugiati ospitati nella struttura o della comunità locale che li accoglie.

Paolo Canevascini, architetto e docente AAM: Credo che sia un dovere morale che anche nell’ambito didattico ci si occupi di quanto succeda attorno a sé. Può essere più facile, soprattutto agli inizi, affrontare temi programmaticamente più accattivanti o di maggiore semplicità, ma nello stesso tempo uno studente, ossia un possibile futuro architetto, deve confrontarsi anche con questo tipo di problematiche, che appartengono all’attualità e sono concrete. La scelta di occuparci di un centro di accoglienza non è stata casuale: ci è giunta naturale in seguito alla decisione di progettare sul territorio di Chiasso. Questa città si confronta, da sempre, con il movimento delle persone, in tutte le epoche e in tutte le direzioni, ciò che ne condiziona anche la struttura urbana e il carattere. Il tema conduttore di tutto l’anno accademico, anche per altre esercitazioni, era infatti definito «architetture di passaggio».

Paola Canonica, architetto, docente-ricercatrice SUPSI Dipartimento ambiente, costruzione e design, responsabile del Workshop Africa: Credo sia importante che un’università affronti questa tematica; alla SUPSI, oltre al WS Africa proposto dal DACD, altri dipartimenti se ne occupano, in diverse forme. Tutte queste attività sono legate al Centro competenze SUPSI Cooperazione e sviluppo. Il DACD propone dal 2014 un workshop in Etiopia. Questo progetto è nato un po’ «per gioco», dopo una mia personale esperienza in questo paese, dove ho avuto la possibilità di visionare alcuni progetti in terra cruda (scuola dell’infanzia, communitiy center) eseguiti in un villaggio rurale da studenti universitari in collaborazione con un architetto genovese. L’idea di introdurre quest’attività opzionale all’interno del bachelor in architettura mi è sembrata da subito interessante, sia per il bagaglio personale degli studenti, sia perché credo che per loro sia un’occasione unica nel suo genere: essi hanno infatti la possibilità di progettare e realizzare dei piccoli manufatti, con l’ausilio di materiali locali e con pochi mezzi a disposizione, confrontandosi con una realtà diversa dalla nostra, coinvolgendo e collaborando con gli abitanti del posto nella realizzazione della stessa. Senza dimenticare l’impatto che quest’esperienza ha dal punto di vista umano e personale.

 

Come reagiscono gli studenti alle vostre sollecitazioni?

Kéré: Gli studenti sono stati invitati a riflettere su un programma piuttosto complesso con molteplici caratteristiche: dovevano prendere in considerazione gli aspetti sociali del progetto, gli elementi infrastrutturali coinvolti, oltre a questioni più pragmatiche come la logistica e la sicurezza. Gli studenti hanno affrontato il tema con entusiasmo e grande impegno, tentando persino di sviluppare aspetti che andavano al di là della semplice costruzione architettonica, programmando per esempio una strategia di crescita e un dialogo con la comunità locale. Il risultato è stato decisamente positivo e gli studenti hanno mostrato molta maturità nell’occuparsi di una questione delicata.

Canevascini: I nostri studenti sono agli inizi del loro percorso, per cui tutto è nuovo e ogni tema è una scoperta, quindi è facile immaginare che ci sia stato un generale entusiasmo. Posso dire che tutti hanno affrontato con serietà il tema. Attitudine evidente in particolare in risposta alla richiesta di proporre soluzioni che potessero creare una relazione con la città e i suoi abitanti «stabili», ed evitare l’isolamento del Centro rifugiati. Qui è stato sorprendente vedere la varietà di soluzioni, sensibili e coraggiose, messe in atto nei progetti: dall’integrazione nella struttura ricettiva di percorsi collettivi di accesso alla collina del Penz, a spazi di mercato dove i prodotti della comunità «di passaggio» potessero essere l’elemento di connessione e incontro con il territorio, o a spazi pensati per un utilizzo a disposizione anche della popolazione locale.

Canonica: All’inizio, il WS Africa era dedicato solamente agli studenti del bachelor in Architettura. Visto il grande interesse suscitato, e soprattutto visto l’entusiasmo dimostrato da chi ha partecipato alle prime edizioni, a partire dalla terza è stato introdotto anche nel curriculum di Ingegneria civile, riscontrando da subito un grande interesse. Il crescente numero di iscritti ci obbliga a fare una selezione per garantire la qualità del progetto, i posti a disposizione sono limitati a 15. I temi proposti sono sempre accolti con grande entusiasmo dagli studenti, che si impegnano fin da subito nei compiti a loro assegnati. Per quanto riguarda il progetto, gli stessi sono chiamati ad eseguire delle ricerche sulla reperibilità, sulle proprietà fisico-chimico-meccaniche e sui metodi di impiego dei materiali che intendono utilizzare, oltre che a elaborare tutti i documenti necessari per la realizzazione. In loco, vengono impartite delle lezioni sui metodi costruttivi tradizionali, sull’architettura vernacolare e sulle abitudini locali. Anche queste attività sono sempre valutate in modo positivo dagli studenti, che vi partecipano attivamente.

 

A volte negli studenti l’entusiasmo per la retorica sociale sovrasta le problematiche specifiche del progetto. Succede anche ai vostri studenti? Come fate a riportarli a ragionare alla scala architettonica, che vuol dire risolvere problemi tecnici come il controllo dello spazio e la sua costruzione?

Kéré: Naturalmente succede, è nella natura stessa degli studenti che investono sempre tanta energia e tanto entusiasmo nello sviluppo dei progetti che vengono loro assegnati. Cerchiamo di insegnare loro ad avere una mente e un atteggiamento aperti, pur rimanendo professionali e realistici. Questo approccio deve essere parte dell’intero processo, a partire dalla pianificazione di una strategia su vasta scala, che includa anche gli aspetti sociali, fino alla progettazione dei particolari costruttivi. Gli studenti devono essere preparati ad affrontare con attenzione tutte le fasi progettuali in modo da gestire al meglio il programma, prendendo in considerazione molti aspetti e prevedendo le possibili difficoltà, soprattutto nei contesti «delicati».

Canevascini: Non vedo francamente questa distinzione, almeno non nel caso specifico del progetto di Chiasso e non mi sembra in generale che la retorica sociale sia particolarmente attiva nelle nuove generazioni, a meno che non sia stimolata. La scala architettonica, nella sua composizione, è rimasta fortemente connessa al programma, questo forse aiutato dal luogo scelto: la vasta superficie agricola all’interno dell’area ferroviaria di Chiasso, che presupponeva dapprima ragionamenti sulla collocazione territoriale della struttura e solo in seguito sulla sua risoluzione architettonica. In questa fase, per avvicinarsi al tema, è stato fondamentale fare riferimento a tipologie famigliari: strutture conventuali, abitazioni collettive studentesche, strutture ospedaliere, colonie o capanne alpine, ecc. Questi esempi, più vicini all’esperienza degli studenti, hanno aiutato a formare la scala architettonica delle proposte e dare riferimenti spaziali noti.

Canonica: I nostri progetti sono suddivisi in due fasi (progettuale e realizzativa) e gli studenti sono coinvolti attivamente in entrambe. Gli iscritti al WS Africa, vedendo i lavori svolti dai loro colleghi nelle edizioni precedenti, si rendono subito conto del tipo di lavoro che li aspetta. Finora non mi sono mai trovata nella situazione di doverli «riportare a ragionare alla scala architettonica». Nell’elaborazione del progetto gli studenti devono tenere conto di diversi aspetti: territoriale (orografia, clima, tipologie costruttive ecc.), sociale (sistema sociale, politica, costumi, cultura ecc.) ed economico. Tutto il lavoro è svolto in team, nonostante si formino dei gruppi per lo sviluppo delle diverse tematiche proposte. Fin dall’inizio c’è uno scambio diretto con la popolazione autoctona (sia che si tratti di una cooperativa o degli «apprendisti muratori» o degli studenti universitari). Questo fa sì che da subito gli studenti entrino in contatto con la realtà locale e si rendano immediatamente conto dei temi da approfondire; sono messi a confronto con gli usi e i costumi locali, sia per quanto riguarda i metodi costruttivi che le abitudini. Il fatto che il progetto venga elaborato e costruito a beneficio della popolazione locale fa sì che questo venga sviluppato avendo sempre come focus l’utilità dello stesso, senza tralasciare altri aspetti, come l’innovazione tecnologica, il trasferimento di know-how, ma anche il comfort e la durabilità. Nelle ultime due edizioni, il Workshop si è svolto in collaborazione con la facoltà di architettura dell’Università di Hawassa: il confronto dei progetti, elaborati parallelamente nelle rispettive sedi scolastiche, fa crescere fin dall’inizio un’alchimia tra gli studenti, che si concretizza ancora maggiormente con la costruzione in loco del manufatto, dove lavorano gomito a gomito, cercando di trovare le soluzioni più consone ai diversi problemi che sorgono in cantiere. Soprattutto in questa fase essi si rendono conto che, spesso, quanto elaborato in aula non è realizzabile e necessita di una profonda revisione con adattamenti che tengano conto della situazione in sito, non solo per quanto riguarda i dettagli, ma anche per le tempistiche di realizzazione. Alcuni esempi realmente accaduti: la conformazione del terreno, la forma dei pilastri o dei correntini (essendo dei tronchi o dei rami hanno forma irregolare), ma anche la carenza di acqua per realizzare la malta a causa della siccità, la continua interruzione di corrente elettrica che impedisce di utilizzare il trapano, gli attrezzi mancanti o che si rompono al primo colpo, o le viti previste che ad Hawassa non si trovano. Le attività extra-cantiere, svolte insieme agli studenti locali, aumentano ancora maggiormente il senso di concretezza dei ragazzi.

 

I progetti degli studenti sono stati di stimolo anche per la comunità locale o si sono fermati all’interno delle mura universitarie?

Kéré: Il nostro obiettivo principale è la diffusione della conoscenza. Durante le lezioni dell’Atelier cerco sempre di spronare i ragazzi a guardare fuori dalle aule dell’università. Il programma di quel semestre è stato sviluppato in stretta collaborazione con l’Ufficio federale delle costruzioni e della logistica. L’esperimento è stato molto utile per gli studenti che hanno potuto avere una visione realistica del sito in cui intervenire e delle possibilità concrete che questo offre. I ragazzi hanno anche partecipato a un laboratorio presso l’ex aeroporto Tempelhof di Berlino, durante il quale hanno realizzato un padiglione polivalente nel centro per i rifugiati ospitato nei suoi hangar. In questo modo gli studenti hanno avuto un’esperienza concreta in un contesto parallelo al progetto che avevano sviluppato nell’Atelier. Per concludere, gli esercizi hanno consentito agli studenti di acquisire un punto di vista critico non solo sull’oggetto architettonico ma anche sulle dinamiche socio-politiche che questo può generare.

Canevascini: Abbiamo purtroppo avuto poco riscontro con le comunità locali, se con queste intendiamo i comuni interessati. Posso invece dire di aver vissuto un’ottima collaborazione con chi si occupa della gestione dei Centri, a livello locale e federale: la Segreteria di Stato della migrazione. Con essa, oltre a costruire il programma del Centro, abbiamo avuto diversi incontri e la possibilità soprattutto di visitare i Centri di accoglienza di Chiasso e Losone. Momenti importanti e toccanti che hanno avuto un influsso non solo sull’esito del progetto, ma anche sulla consapevolezza degli studenti attorno al tema. Vista da vicino questa realtà non può che impressionare, indipendentemente dalle idee politiche che ognuno può avere. Dietro a questa enorme problematica geopolitica, ci sono persone reali: uomini, donne e bambini. Questo è stato l’insegnamento più grande per tutti.

Canonica: Nella prima edizione del WS Africa è stato realizzato un essiccatore solare in terra cruda nel villaggio di Ropi, con l’ausilio di una cooperativa locale. Il progetto è nato a seguito di una loro specifica necessità: essiccare delle spezie da poter vendere al mercato. Il secondo progetto si è svolto a Turmi, dove è stata costruita una cupola in terra cruda, da adibire a sala d’accoglienza per la municipalità. In questo caso sono stati coinvolti dei ragazzi del villaggio, i quali sono stati inizialmente istruiti sulla preparazione dei mattoni e in seguito hanno partecipato attivamente alla realizzazione dell’opera. Gli ultimi due WS si sono svolti nella città di Hawassa. I progetti hanno interessato il rifacimento della copertura in bambù di una scuola dell’infanzia e di una sala multiuso, realizzata in bambù ed eucalipto. Sia la collaborazione con gli abitanti dei villaggi, sia con gli studenti di architettura, è stata arricchente. Per i primi, uno stimolo a continuare nell’utilizzo e nella messa in opera di manufatti utilizzando i materiali locali, per gli studenti, invece, a voler progettare tenendo conto della ricchezza di materiali a loro disposizione, applicando delle tecniche costruttive utilizzate normalmente per i materiali tradizionali. L’ideale, credo, sarebbe di far convivere entrambe le esperienze, ossia di proporre un WS nel quale sia i futuri progettisti, sia chi si occupa della messa in opera, possano collaborare nella realizzazione di questi manufatti.

 

Francis Kéré, le tue prime esperienze accademiche a Mendrisio riguardavano un contesto che ti era vicino, Gando e il «tuo» Burkina Faso. Poi, nel corso degli anni, ti sei occupato di Amatrice e adesso del Canton Ticino. Hai notato differenze lavorando per luoghi diversi?

Kéré: Nei casi specifici che avete menzionato i fattori comuni erano la scarsità di risorse e la necessità di ottenere la massima qualità con il minimo dei mezzi. Situazioni di questo tipo si riscontrano in contesti molto diversi tra loro, dalle nazioni più povere ai paesi più sviluppati.

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