Il Premio Pritzker 2019 va a Arata Isozaki

«Forte di una profonda conoscenza della storia e della teoria dell'architettura e abbracciando le avanguardie, non si è mai limitato a riprodurre lo status quo. La sua ricerca di un'architettura significativa si è riflessa nei suoi edifici che ancora oggi, sfidando ogni classificazione stilistica, sono in costante evoluzione, e testimoniano un approccio sempre fresco». Con queste motivazioni la giuria ha scelto di attribuire il 42° Premio Pritzker, che sarà consegnato nel corso di una cerimonia a maggio, all'architetto, urbanista e teorico giapponese Arata Isozaki, di cui loda in particolare la capacità di coniare un'architettura globale fondata sulla commistione tra le forme della sua terra d'origine e quelle dei – moltissimi – luoghi in cui ha lavorato: in 60 anni di carriera e oltre 100 edifici, Isozaki ha spaziato tra Asia, Europa, Medioriente, Australia e Stati Uniti.

«Isozaki è uno dei primi che hanno capito che il bisogno di architettura è sia globale sia locale – che queste due forze sono parte di una sola sfida» ha commentato il presidente della giuria, il giudice Stephen Breyer. «Per molti anni ha cercato di far sì che terre con lunghe tradizioni architettoniche non si limitassero a quelle tradizioni ma che aiutassero a diffonderle, imparando al contempo dal resto del mondo».

Di Isozaki, che oggi vive a Okinawa e ha uffici in Giappone, Cina, Italia e Spagna, la giuria ha lodato anche l'impegno a sostegno dei giovani architetti.

Nato a Ōita nel 1931, Isozaki cresce nel Giappone distrutto dalle bombe atomiche. «La mia prima esperienza dell'architettura è stata l'assenza di architettura; ho iniziato a riflettere su come le persone potessero ricostruire le loro case e città». Dopo gli studi al Dipartimento di Architettura della Facoltà d'Ingegneria di Tokyo, dove si laurea nel 1954, Isozaki inizia a lavorare nello studio di un altro futuro Premio Pritzker, Kenzo Tange. 

«Ho viaggiato attorno al globo almeno dieci volte prima di compiere 30 anni» ha ricordato. «Volevo percepire la vita della gente nei diversi luoghi: ho visitato il Giappone, il mondo islamico, villaggi nelle montagne della Cina, il sud-est asiatico e metropoli negli Stati Uniti. Cercavo di trovare ogni opportunità per farlo, e mentre ero in viaggio continuavo a chiedermi: “Cos'è l'architettura?”».

Nel 1964, conclusa l'occupazione da parte degli alleati, fonda Arata Isozaki & Associates, con cui realizza i primi lavori in Giappone, tra cui la Biblioteca della prefettura di Ōita (1962-1966) e il Museo d'arte moderna di Gunma (1971-1974). Negli anni Ottanta, la prima grande commissione all'estero: il Museum of Contemporary Art di Los Angeles (1981-1986), che segna l'inizio della sua notorietà internazionale, con progetti quali il Palau Sant Jordi (1983-1990), costruito per i giochi olimpici di Barcellona del 1992, la Nara Centennial Hall (1992-1998), Domus: La Casa del Hombre (1993-1995) a A Coruña, il Qatar National Convention Center (2004-2011), la Shanghai Symphony Hall (2008-2014) e l'installazione gonfiabile Ark Nova (2011-2013), ideata in collaborazione con Anish Kapoor su commissione del Lucerne Festival e dedicata alle popolazioni vittime dello tsunami. Lavori che gli sono valsi innumerevoli onorificenze e cariche da visiting professor nelle più prestigiose università.

«L'opera di Isozaki» scrive ancora la giuria «è stata definita eterogenea; spazia dal vernacolare all'high tech. È evidente che non ha seguito le mode ma ha saputo tracciare il suo personale cammino».

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