Il nuovo territorio dell'architettura ticinese

Mostra «Barcelona Connection_Import Ticino»
Il 23 maggio scorso a Barcelona si è svolta l’inaugurazione della mostra delle opere di venti studi ticinesi di architettura. La mostra è stata organizzata dalla Agencia de Apojo a la Arquitectura de Barcelona (AAAB), presso la sede del Collegi d’Arquitectes de Catalunya, alla organizzazione della quale ha partecipato anche Archi, come sponsor istituzionale. Di seguito pubblichiamo il testo della conferenza di Alberto Caruso, direttore di Archi.

Alberto Caruso Architetto, Direttore Archi

Vi parlerò del contesto culturale, di ciò che unisce questi venti architetti, selezionati da Nicola Regusci e dalla sua Agencia de Apoyo a la Arquitectura de Barcelona, scelti tra i più impegnati e interessanti oggi operanti in Ticino.

A volte un territorio rappresenta il luogo di un architetto o di un gruppo di architetti, fino all’identificazione quasi completa con il luogo. Questo è successo al Canton Ticino, la cui immagine internazionale è stata formata e coincide con l’opera di un gruppo di architetti che hanno lavorato negli anni ’70 e ’80, e che ancora operano, ma che in quegli anni si sono proposti sulla scena internazionale per la novità dei loro progetti.

Ogni 10-15 anni l’architettura di una regione europea guida il rinnovamento dei linguaggi e si impone sui media mondiali. A Barcelona è successo dopo le Olimpiadi del 1992. Nel 1975 Mario Botta, Luigi Snozzi, Aurelio Galfetti, Livio Vacchini, Giancarlo Durisch, Mario Campi, Flora Ruchat, Tita Carloni e altri hanno esposto le loro opere a Zurigo nella ormai leggendaria mostra Tendenzen, e a questa ricorrenza si fa risalire il fenomeno mediatico dell’architettura ticinese.

Alcuni hanno parlato di “scuola ticinese”, ma non è mai esistita una scuola ticinese, ognuno di questi architetti ha una personalità molto caratterizzata e un linguaggio diverso. Si può invece parlare di “architettura ticinese”, perché nonostante i linguaggi diversi (e questo è molto più interessante) sono presenti nel loro lavoro importanti elementi comuni.

Questo fenomeno, di notorietà degli architetti di una regione, non avviene per caso. Ci sono sempre ragioni di natura economico-strutturale e di natura culturale.

Nel nostro caso, le ragioni di natura economico-strutturale sono da cercare in una fase di sviluppo economico e di conseguente domanda di architettura. Sono da cercare nella crescita delle città e nella loro espansione sulle colline, nella domanda di case unifamiliari di una borghesia colta e ricettiva nei confronti delle proposte innovative degli architetti. E sono da cercare negli imponenti investimenti pubblici in infrastrutture di servizio, in particolare nelle scuole, i cui mandati di progettazione venivano affidati attraverso concorsi, che hanno costituito grandi occasioni di ricerca e di costruzione.

Le ragioni, invece, di natura culturale sono soprattutto da far risalire alla scoperta della modernità, che in Ticino è stata singolarmente traslata, ritardata di decenni, rispetto a quanto è avvenuto nella Svizzera tedesca, in Lombardia o in tante altre regioni europee.

Il Ticino è piccolo e racchiuso dalle montagne, oggi conta 330.000 abitanti, in quegli anni ne aveva meno di 300.000. Fino alla guerra il Cantone era culturalmente isolato, si costruiva secondo le tradizioni regionali, anche se con una cultura tecnica evoluta. La modernità era riservata a pochi episodi isolati e importati. Nel dopoguerra, dopo una generazione di architetti meno noti e conosciuti fuori dal Ticino (Rino Tami, Peppo Brivio, Franco Ponti, e altri), che hanno percorso i diversi orientamenti della modernità internazionale, si è verificata la scoperta della modernità nelle forme più radicali, la modernità degli anni ’20 e ’30, da parte del gruppo di giovani di cui stiamo parlando. La singolarità di questa scoperta sta nel fatto che negli stessi anni in diversi paesi avveniva il fenomeno opposto. Per reazione alla diffusione internazionale del linguaggio moderno, si verificava un ripensamento critico della modernità e si tessevano relazioni con le tradizioni locali e con la storia. Questo avveniva, per esempio, nella vicina Milano, ed avveniva anche a Barcelona, con Antonio Coderch.

La radicalità del linguaggio  era interpretata in modi diversi, dicevo, ma con forti ragioni comuni. Queste ragioni permangono in gran parte, e per questo meritano un esame attento.

·    La contestualità, ovvero l’adesione profonda al territorio, alla specificità del luogo dove viene messa in scena l’architettura. Il progetto di “situazione”, che stabilisce le relazioni con la topografia, con la strada, con il paesaggio, è la matrice dell’intera progettazione. Luigi Snozzi è il grande maestro dell’architettura contestuale, e i suoi famosi aforismi sono aggiornamenti del pensiero di Tessenow, di Loos, di Le Corbusier.

·    La gravità, ovvero il rapporto dell’architettura con il suolo. L’architettura è sempre fondata su un terreno specifico e saldamente radicata. La gravità è un’eredità dell’architettura rurale, ed è un carattere condiviso con il razionalismo comasco e milanese degli anni ’30. Conseguenza di questo carattere dell’architettura è l’importanza della struttura portante, che tende a coincidere con la forma dell’architettura. Nella concezione dell’architettura, il progetto architettonico e quello strutturale non hanno tempi diversi, il secondo non è un servizio del primo. In questo processo rigoroso, del quale è stato maestro Livio Vacchini, è evidente il riferimento all’architettura classica, nella quale gli elementi della composizione architettonica coincidono con i componenti della costruzione.

·    La geometria elementare, ovvero la riduzione minimalista della forma, tipica della modernità degli anni ’20. A questo proposito, Jacques Lucan ha scritto che “la volontaria riduzione degli elementi in gioco nel processo di formazione dell’architettura, ha permesso uno sviluppo inaudito delle capacità formali del linguaggio”.

·    L’autonomia dell’architettura, ovvero la tenace capacità di non allontanarsi dal proprio ambito disciplinare. Mario Botta ha sinteticamente affermato che con l’architettura non si può cambiare la società, ma con l’architettura si può cambiare l’architettura. Dall’interesse ostinato per il perseguimento del compito, deriva la responsabilità civile che caratterizza il mestiere.

·    Il realismo, ovvero lo scetticismo nei confronti delle visioni ideologiche. Da qui deriva una particolare tolleranza nei confronti di  visioni e concetti diversi dai propri. In quegli anni era consueta la formazione di gruppi di architetti dai diversi linguaggi, come Botta, Snozzi o Carloni, gruppi formati per partecipare ai concorsi più importanti. Oggi difficilmente si verifica un simile livello di tolleranza.

     Il realismo è fondato su una radicata e condivisa cultura materiale, svizzera prima ancora che ticinese, secondo la quale prima di tutto bisogna costruire bene, come condizione per poi ragionare di architettura. Jacques Herzog dice: “l’architettura mi interessa come ricerca, non come conferma di un’ideologia”.

     Alla fine degli anni ’60, a Milano Aldo Rossi pubblicava L’architettura della città e Vittorio Gregotti pubblicava Il territorio dell’architettura. Gli architetti milanesi colti si dedicavano intensamente al dibattito teorico, mentre contemporaneamente la speculazione edilizia avanzava poderosamente e dava forma alla città. Negli stessi anni, gli architetti ticinesi costruivano, e sperimentavano sul campo le relazioni con la città e con i luoghi di cui gli altri discutevano.

·    L’urbanità, ovvero la tensione progettuale verso la città. Le città ticinesi sono città piccole, Lugano ha 30.000 abitanti, oggi ne conta 60.000 per via dell’aggregazione di piccoli comuni e villaggi. Le occasioni per progettare a grande scala sono molto poche. E la proprietà fondiaria è molto frazionata. Ma in ogni progetto la ricerca delle relazioni è  intensa, anche se spesso frustrata. L’aforisna più noto di Luigi Snozzi recita: “ se devi progettare un sentiero, una stalla, una casa, un quartiere, pensa sempre alla città”.

Dai tempi di Tendenzen ad oggi, dopo 30-40 anni, cosa è cambiato?

In una prima fase ci sono stati molti imitatori, c’è stata un’architettura di maniera, anche se di alta qualità. Dagli anni ’90 gli architetti più giovani hanno sempre di più professato i concetti dei maestri più che i loro linguaggi, che sono stati oggetto di diversi aggiornamenti. E’ cambiato il processo di formazione degli architetti, che fino a quegli anni studiavano in gran parte a Zurigo, e anche a Ginevra e a Losanna, mutuando i loro linguaggi soprattutto dall’architettura della Svizzera tedesca. Dopo il 1996 hanno cominciato a studiare all’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove hanno incontrato docenti, ed anche studenti, provenienti da tutto il mondo, e sono entrati in contatto con scuole e linguaggi diversi.

In diversi dei loro progetti, l’involucro ha cominciato a deformarsi sfuggendo agli allineamenti ortogonali, le bucature sono state dimensionate e distribuite con nuovi gradi di libertà, secondo una concezione dei fronti come appartenenti più al paesaggio pubblico che ai caratteri distributivi dell’edificio, rivelando sempre un’aspirazione costante e insoddisfatta all’urbanità. Ma soprattutto l’attenzione al contesto immediato non è stata ritenuta più sufficiente, perché la condizione territoriale è completamente mutata.

Il Ticino è stato investito dalla diffusione insediativa, il cosiddetto sprawl, già da tempo caratterizzante l’area metropolitana lombarda e tante altre aree europee. Inizialmente la diffusione insediativa era periferica, intorno ai centri maggiori, poi si è estesa e saldata. Nei 30-40 anni di sviluppo economico, le piccole città sono rimaste piccole, e si è invece esteso il paesaggio delle piccole case isolate. La dispersione a bassa densità ha riempito le pianure di fondo valle, con conseguenti costi altissimi delle reti di urbanizzazione, dei servizi e dei trasporti, gravanti sui bilanci pubblici, e con un abbassamento della qualità delle relazioni sociali.

E’ successo che il modello insediativo della borghesia colta degli anni ’70, basato sulla abitazione unifamiliare isolata nella natura, si è esteso all’intera domanda di abitazioni.

Questo è il grande tema del Ticino di oggi. Omologarsi con l’area metropolitana lombarda, non opporsi alla tendenza, o resistere? Ma è sempre più chiaro che la resistenza a questo modello si può fare soltanto in presenza di un salto di qualità culturale, con una nuova dimensione del pensiero architettonico, e con strumenti più efficaci di governo del territorio.

Aurelio Galletti si è dedicato a questo tema, nella vita pubblica e con il suo insegnamento universitario, sostenendo che è perdente opporre alla città diffusa i modelli urbani tradizionali. Il nuovo contesto non va rifiutato, bisogna capirne le ragioni sociali e progettare insediamenti e abitazioni che coniughino le ragioni della privatezza, dell’isolamento, della relazione con la natura, con forme e dimensioni che favoriscano l’aggregazione sociale. Sono necessari nuovi progetti di densità e di spazi pubblici per riscattare la città diffusa e trasformarla in una città policentrica.

I nuovi architetti vivono questa condizione, del tutto diversa da quella dei maestri. Essi, tuttavia, non hanno uno slancio ideale comune, manca la tensione collettiva che univa i maestri, e che è necessaria per produrre risultati evidenti. Assistiamo, quindi, ad un grande laboratorio progettuale di individualità, a ricerche in direzioni diverse. La mostra che stiamo inaugurando illustra con efficacia questo pluralismo. E’ una condizione di transizione, con i rischi di disorientamento tipici di questa condizione, ma anche con suggestioni feconde e proposte stimolanti, che la critica deve osservare con attenzione.

·    Molti sostituiscono la geografia alla topografia, cioè allargano la scala delle relazioni e dei riferimenti. In una condizione insediativa disordinata, questo è un procedimento indispensabile per conferire forti ragioni all’architettura, stabilendo una distanza critica rispetto al contesto. Livio Vacchini nelle sue ultime opere aveva già indicata questa strada.

·    Emerge in alcuni (ancora pochi) la consapevolezza che è necessario un nuovo impegno “politico”, nel senso che il mestiere deve assumere una dimensione più critica. Come faceva Snozzi negli anni ’70, bisogna esporsi pubblicamente con progetti impegnati di trasformazione del modo di abitare.

·    Cominciano ad essere praticate esperienze progettuali con tipologie di maggiore densità, finalizzate a risparmiare territorio e a favorire la socializzazione.

·    Alcuni interpretano con cultura tecnica contemporanea la “tradizione” del moderno ticinese, aggiornando un pensiero che ritengono non abbia esaurito la spinta innovatrice.

·    Altri sono invece impegnati nella ricerca di nuove strade concettuali e linguistiche, favorite dalle ricerche nell’Accademia di Architettura di Mendrisio.

Possiamo dire che per tutti la densità è la questione centrale. Ma è un obiettivo ancora generico, non basta certo aumentare gli indici edificatori nei Piani Regolatori. C’è bisogno di progettare la densità. A questo proposito, vedrete domani le interessanti ricerche universitarie di Roberto Briccola, che cerca di sviluppare e aggiornare l’insegnamento di Luigi Snozzi sulla densità, offrendo proposte realiste e praticabili.

Oggi la sfida è quella della progettazione a grande scala. Sono convinto che l’architettura ticinese  tornerà ad esprimere grandi e progressive novità, quando finalmente si verificherà una fase di corrispondenza tra i bisogni della società e l’offerta di architettura. Quando, cioè, l’architettura esprimerà tutta la sua necessità, la sua ragione d’essere, con un pensiero evoluto e progetti esemplari e appropriati per affrontare questa difficile condizione territoriale, come è successo negli anni ’70, quando gli architetti hanno interpretato coralmente la domanda di servizi collettivi e di nuove abitazioni espressa dalla società in quella fase.

In questo quadro così dinamico, iniziative come Barcelona_Connection, che aprono alla conoscenza, al dialogo e allo scambio tra culture ed esperienze lontane e diverse, sono davvero importanti. In un fase di crisi, è facile adottare ricette protezioniste, chiudere le frontiere, ma, alla lunga, è perdente. Grazie, quindi, ai promotori di Barcelona_Connection per il contributo al mestiere comune.

«Barcelona Connection_Import Ticino»


Venti studi ticinesi di architettura hanno esposto le loro opere, che hanno incontrato un grande interesse presso i colleghi catalani, che sono intervenuti numerosi alla manifestazione.
Hanno parlato Nicola Regusci di AAAB, Marco della Torre, coordinatore di direzione dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, Franco Polloni, direttore generale di BSI, Esteban Bonell, professore all’AAM, oltre a Antoni Casamor i Maldonado, presidente della Demarcaciò de Barcelona del Collegi d’Arquitectes de Catalunya. E’ seguita una conferenza di Alberto Caruso, direttore di Archi.
La stessa sera gli organizzatori e gli architetti ticinesi che hanno esposto le loro opere sono stati invitati ad un ricevimento presso la residenza del Console Generale della Confederazione Svizzera a Barcellona.
Il giorno successivo Roberto Briccola, architetto e docente all’AAM, ha svolto una conferenza dal titolo La tua casa è la mia città e la serata si è conclusa con una grande festa presso la sede di AAAB, durante la quale sono stati presentati i venti studi di architettura catalani, che saranno ospitati in una mostra all’AAM, sempre organizzata da AAAB, nel mese di ottobre.

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