I luoghi della tecnica

«La costruzione del paesaggio alpino per ponti, chiuse, dighe, rinforzi, scarpate, esprime l’applicazione precisa di un discorso universale che si è riidentificato in questo paesaggio come fatto singolare».

Aldo Rossi, Eraldo Consolascio, Max Bosshard, 1986

Mercedes Daguerre Direttrice Archi

Ponti, dighe, gallerie, caverne, viadotti e metropolitane, manutenzione, riparazione e ripristino di impianti idroelettrici esistenti, edilizia e risanamento ambientale, progetti pionieristici e consulenze internazionali, Giovanni Lombardi (1926-2017) e il suo studio crescono in oltre mezzo secolo di attività assumendo connotati sempre più diversificati che esprimono le molteplici sfaccettature dell’ingegneria contemporanea.

Senza la pretesa di cogliere in poche pagine la complessità della sua intera produzione, l’approccio del numero si focalizza su alcuni aspetti dell’opera di Lombardi che testimoniano dei tratti innovativi nell’ambito dell’ingegneria strutturale, della geo-ingegneria e della meccanica delle rocce. La ricerca teorica che porta all’invenzione di formule e modelli di calcolo o quella empirica che propone dispositivi costruttivi da applicare alla risoluzione di problemi concreti emersi in cantiere, l’interesse verso le straordinarie possibilità che offriva l’informatica, la costante indagine nel campo delle energie rinnovabili, l’interdisciplinarietà come irrinunciabile modalità di lavoro, sono elementi che evidenziano la sua alta concezione della disciplina.

L’asse tripolare costituito da Zurigo (luogo della sua formazione presso l’ETH dove ottiene il diploma di ingegnere civile nel 1948 e il dottorato in Scienze Tecniche nel 1955), il Canton Ticino – ambito delle sue realizzazioni più rilevanti in suolo elvetico come la diga di Contra in Val Verzasca (1957-1966), la galleria autostradale del San Gottardo (1966-1980) e il tunnel ferroviario di AlpTransit (1995-2016) – e Milano (città che accoglie la prima filiale estera della Lombardi Ingegneria con l’avvio della fase di espansione internazionale alla fine degli anni Novanta), costituisce un percorso di riferimento che riesce a delineare una certa specificità del suo operare all’interno della cultura politecnica che interessa la strategica problematica infrastrutturale dell’attraversamento del cuore dell’Europa. Infatti, il trasferimento di una conoscenza tecnico-scientifica del mestiere a un’efficiente governance dell’intero processo costruttivo implica anche un’attenta lettura del luogo come elemento caratterizzante dell’inserimento delle sue opere nel paesaggio alpino.

Peraltro, anche le opere di Lombardi contribuiscono con il proprio potenziale simbolico a costruire un immaginario delle Alpi in cui il fascino della grande scala delle infrastrutture svolge un ruolo determinante, ma la loro cifra non sembra misurarsi con la dimensione modernista del contrasto tra tecnica e natura trasferito sul piano del «sublime tecnologico», il suo registro è piuttosto quello della ricerca di una risposta progettuale ottimale, in cui l’interpretazione del luogo e la valutazione dell’impatto ambientale sono concepite come funzioni empiriche inerenti all’intervento. Non a caso, è a partire dagli anni Settanta che si avvia a diversi livelli – attenzione per la cultura materiale, valorizzazione delle risorse, istanze ecologiche, sviluppo economico locale, conciliazione tra abitabilità dello spazio montano e protezione della natura – un dibattito che esprime un ripensamento complessivo dei significati e delle valenze del territorio alpino.

L’intensa attività all’estero evidenzia inoltre non solo la capacità di gestione della complessità delle grandi opere in ogni angolo del mondo tramite la propria competenza professionale, ma anche un atteggiamento di apertura, flessibilità e adattamento a culture del mestiere e procedure locali differenziate. In questo senso l’evoluzione dell’assetto organizzativo del suo studio e la sua stessa esperienza progettuale si pongono come esempio emblematico delle trasformazioni della disciplina e del ruolo attribuito all’ingegnere in questa fase del processo di globalizzazione.

Infine, questo numero di Archi vorrebbe presentarsi come un contributo – per quanto puntuale e circoscritto – a quel nuovo filone della storia dell’ingegneria strutturale che varcando i confini tra i vari settori disciplinari tenta di muoversi all’interno di altre storie; una storia in divenire in cui – come dimostrano i saggi presentati – la figura di Giovanni Lombardi inizia a profilarsi nella sua peculiarità.

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